Voto

6.5

La quotidianità di Marlina (Marsha Timothy), una donna indonesiana rimasta da poco vedova, viene interrotta bruscamente dall’irruzione dai membri di una gang locale, i quali la faranno prigioniera per derubarla, violentarla e costringerla a cucinare per loro.

La regia di Mouly Surya affronta il tema della violenza domestica e denuncia la condizione sociale della donna nello stato indonesiano. Marlina è una donna che, dietro all’apparente silenzio, cela un desiderio di vendetta; una donna riflessiva e fredda che abbandona l’ingenuità in favore dell’aggressività: Marlina calibra le proprie mosse per ribaltare le carte in tavola, e come Giuditta si farà giustizia da sola all’interno di un contesto misogino ritmato da una burocrazia obsoleta.

Declinato come un western al femminile, Marlina. Omicida in quattro atti riprende gli stilemi classici di Sergio Leone, conditi con le derive violente di Tarantino, elevando Marlina al ruolo di anti eroina solitaria, che come un cowboy procede a cavallo lungo le campagne desolate dell’isola di Sumba. Ma i riferimenti al western si riducono a un mero pretesto per conferire spessore a quello che non è un viaggio catartico ma un vicolo cieco, un ritorno sugli stessi passi, e anche il confronto tra uomo e donna rimane in superficie, reso evidente solamente attraverso il rapporto chiaroscurale delle luci e dalla messa in scena delle inquadrature.

La metamorfosi di Marlina risulta infatti ambigua: è uno strumento – inefficace – per l’evoluzione dei personaggi o si tratta, volutamente, di una catarsi passiva? Neppure la scelta di ricalcare la narrativa pulp, in contrapposizione con la condizione sociale di Marlina, riesce a conferire la forza necessaria al personaggio, che manca essenzialmente di carisma: silenziosa omicida, ma che non graffia.

Daniela Addea

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