Voto

9

“Sa cosa succede a chi ha provato a usare la psicologia con me?”, chiede Silvio (Toni Servillo) a uno dei sei senatori del centro-sinistra che sta convincendo a passare dalla sua parte per far cadere il secondo governo Prodi, “Niente. Non succede niente”. Sorrentino in Loro 1 ha fatto cadere una maschera, ma ora ne è subentrata un’altra, e ne subentrerà un’altra ancora. L’essenza di Silvio è esattamente ciò che tutti abbiamo sempre visto: una maschera. È tutto lì: sotto non c’è niente. Limitandosi a dirlo e rinunciando alla ricerca di qualcosa sotto alla superficie, Sorrentino disinnesca il personaggio-Silvio, privandolo di quel fascino enigmatico che è sempre stata la sua forza, e che anche lui sente di aver perso. Un’insicurezza che nasce nel Silvio-privato (o meglio, da Veronica) e mina le fondamenta del Silvio-pubblico, fino a mettere in ginocchio Lui, il berlusconismo e l’Italia: un terremoto reale e metaforico – quello dell’Aquila del 2009 – porta alla sua deposizione, mentre attorno a Lui tutto cade a pezzi.

Il rifiuto di Loro 2 di metterlo a fuoco, di condannarlo o esaltarlo, di formulare l’ennesimo superfluo giudizio morale, si riverbera in uno sguardo incerto, anche a livello di registro stilistico (commedia, parodia, melodramma, sentimentale, esistenziale): l’unico mimetismo concesso è quello della percezione che si ha dell’oggetto reale, ovvero un’inquadratura sempre incerta e sempre impossibile di un oggetto proteiforme e sfuggente, persino per se stesso. Un approccio simbolico dichiarato subito, in un campo-controcampo tra Silvio e il suo alter ego Ennio Doris (sempre Toni Servillo), il fondatore di Mediolanum. Le due anime dello stesso Silvio: un venditore che è diventato un politico ma è sempre rimasto un piazzista, che è “l’uomo più solo del mondo, perché parla sempre e non ascolta mai”. L’essenza-maschera di Silvio è allora quella di un venditore patologico, ossessionato dal bisogno di persuadere costantemente come i cocainomani hanno bisogno costantemente di farsi una botta per esorcizzare il down che inevitabilmente arriverà

Le “cene eleganti” in questo Eden sardo, che Silvio vorrebbe separato dal mondo ma in cui i fatti reali arrivano a tormentarlo e a girare il dito nella piaga della sua insoddisfazione, cambiano allora di segno: è una vitalità esagerata, opulenta e dunque ridicola, decadente e grottesca, che sfocia in un furore esagerato che si propaga anche su di Loro, terrorizzati come Lui dall’horror vacui, dalla paura della vecchiaia, della morte, della fine. Un susseguirsi di divertissement patetici come unico rimedio alla solitudine, come unico escamotage per sopravvivere in questo stato di malinconia e stanchezza, finché non riconquisterà la sua posizione al governo e potrà farsi una nuova botta di vitalità.

Loro 2 è il racconto del dramma personale che Sorrentino ha visto dietro agli eventi di cronaca di cui Silvio è stato protagonista – e che il film non manca di nominare. Il dramma umanissimo di chi è vecchio, non piace più, puzza di detersivo per dentiere e organizza feste tremendamente tristi, eppure non si rassegna a diventare un ricordo e vivere di ricordi (come invece fa Mike): incapace di percepirsi storicamente, Lui è solo puro presente. E tutte le sue esternazioni megalomani non sono altro che il suo repertorio, continuamente reiterato nel tentativo di rimanere al centro della scena, e dunque vivo.

Uno spettacolo sempre in tabellone allestito non da Lui ma da Loro – che poi siamo tutti noi –, ossessionati dalla sua figura. Tutti, sia i detrattori che gli ammiratori. Un carisma che scaturisce proprio dal suo essere sibillino e cangiante, di non essere niente, se non ciò di cui Loro – e noi – di volta in volta hanno bisogno. Esplicativa, ed esaltante, la scena della telefonata in cui Sivlio vende una casa a una donna genovese di mezza età: una dimostrazione di quello stesso fascino che lo ha portato – e lo mantiene incredibilmente ancora oggi – ai vertici del potere, perché “conosce il copione della vita e sa fare sognare”. Un copione che né Loro né noi conosciamo. Ecco perché Silvio è ciò di cui tutti, Loro e noi, abbiamo sempre parlato, nel bene e nel male: perché anche quando sembra di aver visto tutto di lui in oltre vent’anni, “tutto non è mai abbastanza”.

Benedetta Pini

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