Esistono festival musicali italiani che possano reggere il confronto, in termini di pubblico, line up e organizzazione, con l’offerta internazionale? L’Home Festival è uno di questi, che dal 2010 porta avanti una filosofia ispirata direttamente ai grandi festival internazionali, facendo dell’eterogeneità il proprio marchio distintivo.

Quest’anno abbiamo deciso di seguire il Day 2 e il Day 3. Partenza venerdì mattina da Milano Centrale di buon’ora: un viaggio della speranza tra treni regionali in ritardo e pioggia scrosciante. Il tempo per sistemare la tenda nel campeggio dell’Home Festival (perché non ci sono scuse: per vivere un festival bisogna dormirci dentro) e alle 18.40 siamo già al Jack Daniel’s Stage, dove i Belize scaldano i cuori di un pubblico umido, infreddolito e impaurito dai “temporali sparsi” profetizzati dal meteo di Google.

La pioggia scende a intermittenza, ma si ferma per il reggae dei Mellow Mood dal Clipper Stage (il palco principale). La band dei gemelli Garzia porta su Treviso un po’ di calore jamaicano a spazzare le nuvole, e incendia la festa a suon di pull-up e bass line.

Davide Carrer

Riparte la pioggia ma noi rimaniamo ancora un po’ ai Caraibi: sul New Era Stage (uno dei palchi coperti) ci lasciamo trasportare dal funky tropicale degli Hit-Kunle. La band è forse la più bella sorpresa di questo festival: un power trio italiano dal suono fresco, che alterna nel modo più naturale possibile deliri psichedelici di matrice hendrixiana a stacchi funky. Stare fermi è impossibile. Nel frattempo una folla incredibile si è radunata sotto al Clipper Stage per gli Incubus. Il loro live è un carnevale nu metal che non lascia indifferenti, neanche chi non è un fan del genere.

La pioggia infuria ma il pubblico continua a entrare, noncurante del maltempo. Le navate del New Era Stage ci proteggono dall’acquazzone, mentre i bassi pesanti del progetto Paolo Baldini Dub Files ci avvolgono in una bolla dub che vede alternarsi come vocalist il sardo Forelok e parte dei Mellow Mood. Ma dura tutto troppo poco: la scaletta dedica poco più di mezz’ora a un progetto tutto italiano che avrebbe meritato più spazio.

Ma non c’è tempo per le lamentele, l’astronave post punk dei Prodigy sta atterrando sul Clipper Stage, e non vediamo l’ora di farci rapireCon uno show che è uguale da 20 anni, la band riesce a ancora a entusiasmare il pubblico: un’ora e mezza di pioggia, laser, poghi e drop.

Elisa Moro

A mezzanotte e cinque minuti decidiamo di continuare questo tuffo negli anni ‘90 insieme ai Prozac+, a Treviso per la loro ultima data di un mini tour di reunion. Ma il tempo stringe: in contemporanea suonano i Cacao Mental. Il trio “fratello” dell’Istituto Italiano di Cumbia di Davide Toffolo è una vera bomba sul palco: la cumbia diventa elettronica e ci fa volare in America Latina. La serata prosegue con i vari dj set, che si alternano sui palchi, finché la pioggia non ci manda tutti a casa. Torniamo in campeggio soddisfatti, pronti per la giornata di sabato.

La vita da campeggio non è facile: tra gonfiare il materassino, ricaricare il cellulare, etc. rischiamo di non arrivare in area festival in tempo per il live della Dark Polo Gang. Niente di grave, e riusciamo comunque a goderci le ultime due tracce del live set del trio più “British” di Roma: un’esibizione divertente, ma lontana anni luce dalle molte altre viste in questi due giorni.

Piogge sparse minano l’area festival, ma l’affluenza si mantiene comunque alta. Andrea Poggio ha appena iniziato quando lo raggiungiamo al Firestone Stage: il cantautore piemontese è un’altra scoperta di questo Home Festival. Con il suo pop fortemente ispirato dalla new wave italiana, da Battiato ai Bluvertigo, ci ammalia e ci fa sognare. Speriamo di risentirlo presto.

È poi il turno di Frah Quintale sul Clipper Stage: in poco meno di un’ora di live passa da pezzi più sdolcinati di recente produzione ad altri di vecchia data, e nell’ultima parte dello show canta e suona la batteria contemporaneamente.

Si prosegue con le rime, e ci godiamo da una parte M¥SS KETA al New Era Stage, dall’altra Carl Brave x Franco126 al Sun68 stage. Due facce della stessa medaglia: la prima donna delle notti Milanesi, tra elettronica e rap, e il duo più famoso di Trastevere, tra pop e rap.

Davide Carrer

Vittime di un cambio di scaletta ci perdiamo per un soffio i ben 15 minuti di live di Elettra Lamborghini, che si è esibita prima di Afrojack. Coriandoli, luci e maxischermi fanno dello show del signor Nick Van de Wall una vera macchina da guerra. Ma un’altra macchina da guerra ci attende al Sun68 Stage: Cosmo, che ci fa impazzire per l’ennesima volta.

Dopo il live di Go Dugong, gruppo che avevamo già notato all’ultimo MI AMI, girovaghiamo per qualche ora: come il giorno precedente i vari dj set scandiscono il ritmo dei cocktail e, ormai incapaci di intendere e volere, torniamo in campeggio a goderci l’alba con gli altri pochi reduci. Ma una volta qui, perchè andare a dormire? Con una cassa bluetooth e l’unico cellulare carico rimasto improvvisiamo con pochi altri “guerrieri” e “guerriere” un ultimo dj set (ma forse è troppo pretenzioso chiamarlo così), di cui nessuno si ricorderà se non chi l’ha vissuto (forse) e soprattutto di cui nessuno sentiva la necessità alle 6 del mattino. Vivere un festival, tuttavia, vuol dire anche questo.

Tornando alla domanda iniziale: l’Home Festival regge il confronto con la concorrenza estera grazie ai mesi di duro lavoro degli organizzatori, ma anche a una generale “buona onda” su cui sta viaggiando la musica italiana in questo momento. È così che è stato possibile dare vita a un microcosmo eterogeneo noncurante della pioggia, dove ognuno riesce a vivere in equilibrio con gli altri e ha un solo scopo: divertirsi.

Andrea Mauri
Foto di Carlotta Bianco, Davide Carrer, Elisa Moro e Natasha Torres

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