Voto

9

Wes Anderson torna alla regia a 4 anni da Grand Budapest Hotel con un lungometraggio in stop motion ambientatin un futuro e bizzarro Giappone. La città di Megasaki è invasa da uno spropositato numero di cani ammalati, che rischiano di minare la salute pubblica. Il presidente Kobayashi, ultimo di una lunga stirpe di amanti dei gatti, decide di confinarli allora in un’isola dove vengono smaltite tonnellate di rifiuti. Non calcola però la forza di volontà di Atari, suo nipotastro e pupillo, che si lancia in una mirabolante avventura sull’isola dei cani per salvare il proprio cucciolo, Spots. Sarà il dodicenne a salvare il mondo canino, aiutato da un coraggioso branco di quadrupedi pulciosi. 

L’abilità di Anderson sta nel saper riempire le sue inquadrature di personaggi, colori e movimenti senza mai perdere di vista il senso della simmetria, dell’ordine. Il suo è un manierismo che non stanca l’occhio, un cinema di felice congestione che sceglie questa volta (non è la prima, si pensi a Fantastic Mr. Fox) di mutuare la tecnica di narrazione dal modulo favolistico – in realtà sempre presente nelle trame del cineasta americano, ma qui predominante. Così prendono vita personaggi strabilianti e dal carattere complesso come Chief, cane randagio che passa dall’essere un reietto dal morso facile a un animale di gran cuore – e la sua trasformazione è sottolineata dal bagno con Atari, che lo smacchia e sveste del classico ruolo di brutto anatroccolo.  

A differenza del solito, Anderson riesce anche a ricollegarsi al panorama contemporaneo: non può essere considerata innocente l’idea di costruire un mondo lontano dal nostro di una sola ventina d’anni. Ma nessuna sottotrama politico-sociale, seppur incisiva e localizzata, potrebbe svilire l’originalità della galassia Anderson: si limita a stimolare dei potenziali confronti, e tanto basta.  

C‘è poi il gusto del minimo particolare lavorato a fondo, marchio di fabbrica di Anderson: basti pensare che per alcuni pupazzi sono state realizzate più di cinquanta teste per permettere altrettante espressioni; ma si pensi anche alla scelta di un cast eccezionale per dare voce ai vari personaggi (non manca e non poteva mancare l’attore feticcio per eccellenza del cinema andersoniano, Bill Murray). La chicca più squisita riguarda l’aspetto linguistico: i personaggi umani parlano solo e soltanto in giapponese, a esprimersi in una lingua “comprensibile” sono solo i cani; come nel più classico sovvertimento dell’ordine naturale.  

L’isola dei cani è un film andersoniano al cento per cento: leggero e profondo, scanzonato e capace di commuovere. Ma anche un’esplosione strabiliante di colori, impreziosita questa volta dallo studio attento dell’arte nipponica, che amplia le sfumature della tavolozza dell’artista e crea un prodotto estetico dalla veste brillante e in parte inedita per Anderson.

Ambrogio Arienti

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