1. Il perturbante

New York, 1896. Dalle strade più buie dei quartieri più poveri sale a galla un orrore inimmaginabile. A combatterlo un pugno di uomini onesti persi in una città corrotta, capitanati da Laszlo Kreizler (Daniel Brhül), un alienista. Hossein Amini (Drive) e Cary Joji Fukunaga (True Detective) ricostruiscono l’atmosfera di fine Ottocento con piccoli tocchi di pennello, una fotografia che gioca di luci e ombre e tutte le tematiche tipiche del periodo storico, dalla battaglia per il voto alle donne all’affermarsi della psicanalisi. Ne risulta un racconto che ha il sapore dei muri scrostati e dei bassifondi, metafora degli angoli più oscuri dell’animo umano.

2. L’Io e l’Es

Nelle mani di questo psicanalista ante litteram, cambia il paradigma della caccia al serial killer: chi ha commesso il crimine è importante tanto quanto il perché lo abbia fatto. Una scelta non priva conseguenze: lo scandaglio gettato dal dottore sul lato oscuro della sua città si trasforma in una porta spalancata sui suoi stessi fantasmi e su quelli dei suoi colleghi e amici. Una scelta sottolineata da una regia attenta e raffinata, che sceglie di ricorrere a inquadrature frontali come se i suoi personaggi si osservassero continuamente allo specchio, e così anche gli spettatori.

3. Lutto e melanconia

Per rappresentare una vicenda tanto complessa ci vogliono non solo i volti, ma anche gli attori giusti. Per questo la serie decide di affidarsi a Daniel Brhül, Luke Evans e Dakota Fanning: tre nomi di richiamo capaci, ciascuno a suo modo, di dar vita a personaggi tridimensionali che, sotto la facciata di calma e controllo, nascondono un tumultuoso oceano di conflitti irrisolti.

4. Psicoanalisi selvaggia
 

L’indagine di Laszlo Kreizler resta la colonna portante del racconto e la parte più riuscita e divertente. Il mostro è sfuggente, diabolico, inafferrabile e sembra essere sempre un passo avanti agli investigatori; espediente che mantiene sempre alta la suspense. A ciò si aggiunga un sapiente dosaggio di indizi e ostacoli centellinati lungo il percorso e la capacità degli sceneggiatori di giocare con le aspettative di chi guarda, prendendo una strada che sembra lineare per poi ribaltare completamente le carte in tavola.

5. L’avvenire di un’illusione

Nonostante tutti i tasselli finiscano per andare al loro posto, non si può fare a meno di notare una certa inconsistenza di alcune sotto trame, che spesso vengono introdotte poco e male e risolte in maniera frettolosa. Ne è un esempio il capo della polizia (e futuro presidente) Theodore Roosevelt (Brian Geraghty), relegato in un angolo al ruolo di comparsa.

Francesco Cirica

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