È uno dei primi esempi di cinema puro. Niente più attori, niente più storia, niente più messa in scena, cioè finalmente nell’illusione estetica perfetta della realtà: niente più cinema”. Basterebbero queste parole del critico francese André Bazin per cogliere l’essenza di uno dei film più rappresentativi del neorealismo italiano: Ladri di biciclette. Tutto accadde grazie all’incontro, avvenuto nel 1943 sul set de I bambini ci guardano, tra il regista Vittorio De Sica e lo sceneggiatore Cesare Zavattini. Quest’ultimo teorizzò l’idea di un “cinema del pedinamento”: ogni attimo della giornata di un uomo ha la sua importanza rivelatrice, non serve trasfigurarlo in una storia, basta limitarsi a riprendere la quotidianità così come accade. Ed è questa la poetica di fondo di Ladri di biciclette.

Il film usciva il 24 novembre 1948. Oggi, a quasi 70 anni di distanza, il Festival di Cannes ha deciso di riportarlo sul grande schermo in versione restaurata, grazie al laboratorio “L’immagine Ritrovata” promosso dalla Fondazione Cineteca di Bologna. La pellicola riscosse immediatamente un ampio consenso nel mondo intellettuale, ma incontrò una strenua opposizione da parte dell’opinione pubblica, ai tempi piuttosto conservatrice. La stampa cattolica si scagliò contro il soggetto, accusandolo di essere filo comunista ed eccessivamente laico. Se parte della critica si adoperò per difenderlo, per ragioni sia politiche (l’analisi sociale) che estetiche (l’estremo realismo), alcuni critici di sinistra lamentarono la mancanza di una netta presa di posizione che denunciasse la lotta di classe. All’estero, invece, la pellicola venne subito accolta come un capolavoro, e nel 1949 vinse l’Oscar per il Miglior film straniero e il Premio speciale della Giuria al Festival di Locarno.   

In Ladri di biciclette la coppia De Sica-Zavattini mette in scena la poetica zavattiniana, ovvero l’incondizionato racconto del reale, attraverso un allineamento graduale tra il tempo della storia e il tempo del racconto, che sembrano coincidere. La vicenda ha infatti una struttura chiusa e compatta: pochi personaggi (Antonio, Bruno e Maria) svolgono un’unica attività, quella di ritrovare la bicicletta che gli è appena stata rubata.

Ma l’organizzazione temporale è solo uno degli aspetti del pedinamento zavattiniano. Anche la scelta dei piani e dei movimenti di macchina ricopre un ruolo essenziale. In buona parte del film la macchina da presa si tiene lontana dagli attori, così da evitare di guidare lo sguardo dello spettatore e di creare effetti drammatici. L’obiettivo di De Sica si mantiene a distanza, come se si trovasse lì soltanto per registrare una storia che si racconta da sola.

Ladri di biciclette è un film sulla situazione italiana nel periodo post-bellico. Seguendo i protagonisti Antonio (Lamberto Maggiorani) e suo figlio Bruno (Enzo Staiola) si vaga tra le vie di Roma, dove predomina l’arte dell’arrangiarsi, dove la disonestà e la furbizia si ergono a leggi morali. Il rapporto padre e figlio in questo contesto si fa drammatico e tiene viva la componente sentimentale della vicenda: Antonio lotta per salvare se stesso, ma soprattutto per salvare suo figlio dalla povertà. Un dramma che tocca il proprio apice nella scena finale: uscito dal labirinto della malavita, Antonio si avvia con il figlio lungo la buia strada della disperazione. Antonio e Bruno camminano di spalle in mezzo alla folla ma più soli che mai, strozzati dalle difficoltà della vita.

De Sica e Zavattini hanno creato un’opera che parla di povertà e abbandono, di lotta per l’esistenza e di ingiustizia sociale, ma è anche la fotografia di un’Italia che sta cambiando e che cerca di uscire dalla miseria, arrangiandosi con quel poco che ha. Oggi Ladri di biciclette funziona ancora come collante tra il nostro presente e il nostro passato, per non dimenticare chi eravamo e per non dimenticare che la vita può essere essenziale in ogni suo attimo

Mattia Migliarino

Potrebbero interessarti: