Il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin scompaiono a Mogadiscio in Somalia. I due giornalisti stavano seguendo la guerra civile in corso nel Paese, indagando sul traffico di armi e di rifiuti tossici illegali.

Nel 2014 esce il film-inchiesta d’ispirazione teatrale girato da Daniela Vismara e scritto da Marina Senesi. La protagonista (Marina Senesi) interpreta la giornalista della Rai Sabrina Giannini che a fine giornata racconta del proprio lavoro a un ospite invitato per cena, come se fosse una sorta di dialogo ideale con lo spettatore: mentre riordina le sue carte e prepara la tavola ripercorre le tappe che l’hanno condotta a realizzare il reportage. Presentato in anteprima mondiale al 23° Sguardi Altrove Film Festival in occasione dell’anniversario della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il documentario offre una panoramica chiara e completa della vicenda. A distanza di più di 20 anni dall’accaduto, lo scorso 14 gennaio 2016 la Corte d’appello di Perugia ha riaperto il processo a Hasci Omar Hassan, il ragazzo somalo condannato per l’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Oggi, 5 aprile 2016, si terrà la prima udienza.

Il film si sviluppa come una sorta di monologo o dialogo ideale tra la protagonista e lo spettatore, con una forte impostazione teatrale. Come mai ha scelto questa messa in scena piuttosto che una costruzione più classica?
Marina: La vicenda è complicatissima, piena di nomi stranieri e confondenti, mentre l’argomento è di per sé noiosissimo perché si tratta di tantissimi processi. Noi, invece, volevamo realizzare un testo che fosse ascoltabile dalle persone comuni, quindi l’unico modo era quello di trovare una formula pop. Ho pensato di impostare il testo come se avessi dovuto raccontare tutta la storia a mio padre, con le parole e il linguaggio che avrei utilizzato con lui. Oltretutto, questo caso è stato adottato dalla sinistra in maniera impropria semplicemente perché Ilaria Alpi era un’inviata del TG3 – una piattaforma ai tempi molto politicizzata – e il padre era un importante esponente della sinistra; per cui la destra in maniera altrettanto impropria è quasi diventata la controparte un po’ per partito preso, ma sbagliandosi completamente perché il magistrato Pititto – che è l’unico che si è occupato della vicenda come andava fatto – è tutto tranne che di sinistra. Per questo motivo abbiamo voluto evitare il rischio di parlare con i già convinti: se lo avessimo portato nei centri sociali o nelle associazioni avremmo parlato con gente che conosceva già la storia e che aveva la propria idea in merito; viceversa altri gruppi politici quasi non volevano sentirne parlare. Noi abbiamo voluto porci super partes, e il testo lo è completamente. Alla fine dico: “Non so perché sia stata uccisa”, non mi espongo dove non ci sono prove provate. Il testo non dice: “lei è stata uccisa perché ha scoperto rifiuti tossici”, non lo dice mai, perché la prova provata non c’è, si limita a ricostruire quello che è successo in maniera quasi acritica; di conseguenza lo stesso spettatore, mettendo in fila quanto è successo, due domande se le fa. Tu puoi notare, però, che quando si parla di Ilaria Alpi in libri o giornali si dà spesso per scontato che lei abbia trovato i rifiuti tossici, ma non è vero, non c’è la prova provata e forse non ci sarà mai. Per questo motivo il nostro spettacolo è molto sobrio, non prende posizione, anche per non prestare il fianco ad accuse di falsa informazione: tutto quello che io dico è incontrovertibile, tutto, però non do giudizio, lo lascio dare allo spettatore.
Il mio tema, infatti, non è se lei abbia trovato le scorie o meno, né se lei sia stata prudente o meno, né se lei sia brava o cattiva, il tema è: perché lo Stato italiano non ha fatto quello che doveva e non ha dato risposte e continua a non darle? Quindi, anche se fosse morta per caso, è morta una giornalista del TG3 che, senza volere, ha aperto un vespaio: probabilmente nessuno si aspettava che i genitori e una serie di giornalisti se ne sarebbero interessati così tanto, altrimenti sarebbe stata insabbiata subito. Invece lo Stato si è trovato una bella gatta da pelare.
Inoltre, l’ironia e il sarcasmo rendono raccontabile un testo che sarebbe altrimenti irraccontabile o piuttosto noioso, perché è un argomento difficile dal punto di vista comunicativo. Un po’ riprendevo anche gli atteggiamenti di Sabrina Giannini; ho cercato di imitarne i modi, i suoni e i gesti, che poi sono anche i nostri: quando ti pigliano palesemente per il culo, ad esempio, non puoi che pensare “Ma porca miseria!”

Non abbiamo avuto occasione di vedere lo spettacolo teatrale; che rapporto intrattiene con il film?
Marina: Lo spettacolo ha esattamente la stessa impostazione: in teatro parlavo con “uno” non presente sulla scena, non individuato, in modo che ogni singolo spettatore si immedesimasse in quell’“uno” e quindi si sentisse coinvolto. Anzi, il pubblico pensa di essere a tavola con me, ed è interessante come il ritmo della storia venga scandito dalle fasi di preparazione della pasta.
Nello spettacolo, però, gli oggetti della cucina non si vedevano mai, avevo una specie di quinta alle spalle dove c’era idealmente la cucina, quindi io arrivavo in scena da lì e ogni tanto parlavo dalla quinta. Questo perché ai tempi ci eravamo posti il problema che potesse essere irriguardoso cucinare la pastasciutta a teatro e parlando di Ilaria Alpi. Già usavamo un linguaggio un po’ colloquiale, insolito per il tema, e non volevamo esagerare.

Come avete costruito la scenografia? Perché sembra proprio una reale casa vissuta.
Daniela: La casa in cui abbiamo girato il film ci è stata prestata da una nostra amica, ma non era un appartamento abitato: c’era tutto quello che ci dovrebbe essere, ma era spoglio, vuoto, quindi tutto quello che si vede è stato preso da casa mia, ho così ricreato lo stesso caos per riuscire a dare un sentore di vissuto in un posto dove non ci vive nessuno.

Questo film lo avete già mostrato alla madre di Ilaria Alpi?
Marina: No, il film no. Lo spettacolo sì. Del docu-film ne è a conoscenza, glielo abbiamo detto, sa già da circa due anni che stavamo girando questo film.

Per quanto riguarda il ragazzo somalo usato come “capro espiatorio” che ha scontato 16 anni in carcere pur essendo innocente, che cosa ne pensate?
Daniela: Hashi Omar Hassan è stato liberato proprio grazie a Chiara Cazzaniga di Chi l’ha visto?. Quando l’ho chiamata per ringraziarla del lavoro svolto, le ho spiegato del nostro progetto invitandola alla presentazione di oggi a Milano; lei era molto contenta, ma a causa dello sciopero dei mezzi non ce l’ha fatta.
Lui è stato dichiarato innocente in primo grado, in secondo grado condannato all’ergastolo e la Cassazione gli ha dato 26 anni. Quindi, capisci che ci sono tre sentenze abbastanza in contraddizione tra loro, per di più estorte. Ora questo testimone trovato da Chiara Cazzaniga sta facendo anche dei nomi, ma a questo punto deve essere la magistratura a intervenire su quello che succederà da adesso in avanti. Però, appunto, una volta liberato la gente si chiede: “Ma perché è stato liberato? Che cosa è successo in questi anni?” Per questo è importante raccontare che cosa c’è stato prima, c’è stato un lungo percorso che ha portato fino a lì.

Come avete recuperato tutto il materiale? Penso soprattutto ai video girati dai giornalisti prima ancora che arrivasse la polizia.
Daniela: La maggior parte della documentazione è tutta consultabile senza problemi, ho anche contattato il giornalista della televisione svizzera Francesco Chiesa, che mi ha mandato tutto il materiale giornalistico relativo alla Somalia, compresi i filmati di quando sono entrati nelle stanze di Ilaria e Miran, agghiaccianti.
Marina: Come racconto nel film, i giornalisti sono arrivati subito, prima delle forze dell’ordine, perché comunque erano già lì. Se non fossero arrivati e non avessero ripreso tutto, sarebbe stato tutto coperto e insabbiato.
Daniela: Ma meno male che sono arrivati e hanno girato! E la cosa assurda è proprio questa deficienza e disorganizzazione. Infatti i genitori di Ilaria sono poi venuti a sapere che da quando Ilaria è stata colpita a quando è morta sono passati 45 minuti. Non si sarebbe potuta salvare comunque perché i colpi erano letali, ma non è una scusa per non fare niente, per non mandare un medico; significa che se si fosse potuta salvare l’avrebbero lasciata morire.

Non avete magari sentito il peso della responsabilità di rendere noto un evento così controverso e problematico?
Marina: Non voglio neanche prendermi delle responsabilità, cioè tutto quello che racconto è già stato raccontato, non è che abbiamo fatto un’inchiesta. Noi abbiamo dato alla memoria storica qualcosa che comunque è già stato realizzato: per questo siamo sorprese, è già stato tutto detto, non è che siamo arrivate noi a raccontare la verità. Quando uno fa questo mestiere e lo fa in maniera onesta e usa le sue competenze per restituire la verità, non deve fare altro: sentirei la responsabilità di non aver fatto quello che dovevamo, ma quello che potevamo l’abbiamo fatto e nel rispetto di tutti. Nella norma, quello che dovrebbe essere.
Daniela: Infatti la trasposizione in video è stata proprio per questo, per mantenere una memoria di tutto questo, perché sono cose che non si sanno, che si sanno nel senso che se n’è parlato e tutto quanto, ma il problema vero, per le nuove generazioni ma anche per noi, è la mancanza di chiarezza. Io, ad esempio, prima di incontrare Marina e vedere il suo lavoro avevo una nebulosa intorno al caso Ilaria Alpi.
Marina: Ma perché di casi del genere ce ne sono troppi, si confondono.
Daniela: Si tende a far confusione, a confondere le informazioni. Quella di Sabrina Giannini è stato un lavoro fondamentale, ma che rimane nell’ambito giornalistico, la sua trasposizione teatrale e il fatto che sia diventato un docufilm è proprio per mantenere la memoria e dare accessibilità a tutti per entrare in contatto con questi 20 anni di vicende che ci sono state. Perché comunque l’ultima condanna, di Hashi Omar Hassan è del 2006.

Perché Ilaria Alpi?
Marina: Mi è stato suggerito dalla Giannini. L’idea è stata quella di dare un altro linguaggio, privato, a un racconto che era già stato pubblico. Così, quando una sera ero a casa sua per cena e mi stava raccontando una storia, mi è venuta l’intuizione di voler provare a fare la stessa cosa a teatro. Le ho chiesto quale storia potessi utilizzare e lei mi ha detto che quella di Ilaria Alpi sarebbe stata la più adatta perché è un testo particolare, per la Giannini non era neanche un’inchiesta, era più che altro una ricostruzione in quanto utilizzava dei pezzi già di repertorio, era un lavoro anomalo per Report.

Come siete arrivati al Festival Sguardi Altrove?
Daniela: La Commissione Pari Opportunità della Rai ha organizzato in collaborazione con EMA un convegno sulle modalità di rappresentazione della violenza sulle donne da parte dei media, ed è stata coinvolta anche Patrizia Rappazzo – direttrice artistica del festival – come coordinatrice degli interventi dei vari ospiti che abbiamo invitato, tra cui Laura Zagordi (direttrice della Civica Scuola di Cinema), Annamaria Levorin del TG3 e una collega di tv talk. Così in quell’occasione abbiamo conosciuto Patrizia e le abbiamo raccontato del nostro lavoro e del fatto che in questo momento non riuscivamo a farlo circolare. Lo abbiamo infatti proposto in molti eventi e festival, ma ci hanno semplicemente rimbalzato, questa è la verità. A me, comunque, sembra un documento importante, quindi pensavo che determinati festival avrebbero avuto un moto di riguardo verso la nostra proposta proprio dal punto di vista contenutistico, invece mi sono resa conto che non era così. Il primo festival a cui lo abbiamo proposto era il Milano Film Festival nella sezione “Colpe di stato”; mentre lo giravamo ero convinta che sarebbe stata l’occasione perfetta, ma non è andata così. Poi lo abbiamo proposto al Torino Film Festival, ma ci hanno rimbalzati anche lì.

Perché il titolo apparentemente così lontano dai contenuti del film?
Marina: Stavo cercando un titolo, e quando ho letto gli atti la conclusione mi ha spiazzata perché c’è proprio scritto: “Come ci si può ridurre a elucubrazioni mentali quando appare provato che Ilaria Alpi poche ore prima di morire era serena e dichiarava che quel viaggio era stata quasi una vacanza”. Ho inoltre scelto “La vacanza” per l’ambivalenza del termine, perché significa anche “assenza”: l’assenza dello Stato e della Magistratura.

Che cosa ne pensate della comunicazione di oggi? Del fatto che molte cose non vengano presentate in maniera chiara o che vengano occultate?
Marina: A me più che le cose che vengono nascoste preoccupa di più tutto ciò che viene detto a caso; ormai le persone non hanno più la percezione di ciò che è vero e di ciò che è finto, e non gliene frega niente. Questo è davvero inquietante per me. Io non sono una giornalista, ma quando arriva l’amica a tavola che mi dice di aver letto qualche notizia eclatante e io le chiedo dove l’abbia letto, lei non sa dire altro che: “su Facebook, su un giornale, sul Corriere…”. Cioè, la gente non va più a vedere la fonte e anche le cose che capisce a metà crede di averle capite, e man mano così l’informazione si deforma e diventa tutt’altro. Si tratta di pigrizia mentale. L’importante è che quando si sceglie di toccare un argomento, lo si faccia con chiarezza e in modo monotematico come abbiamo fatto noi con Ilaria Alpi. Io nel testo ho tolto tantissimo proprio per renderlo semplice, ma al contempo per incuriosire, per dare l’infarinatura che stimoli ad approfondire la vicenda.

Durante la proiezione mi sono appuntata: “Musiche belle”. Chi le ha fatte e con quale criterio?
Daniela: Le ha composte mio figlio che ha fatto alcuni studi musicali. Gli ho chiesto una colonna sonora che fosse solo un contrappunto, che sottolineasse i momenti salienti senza essere invadente, solo di contorno. A quanto pare ce l’ha fatta.

Alessia Arcando e Benedetta Pini

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