Voto

7

Un nome: Stephen Hawking
La teoria del tutto racconta solo sinteticamente il percorso professionale del celebre cosmologo britannico, per soffermarsi invece sulla sua esistenza travagliata: diagnosticatagli durante il periodo di studi a Cambridge la malattia del motoneurone, la speranza di vita del ragazzo è di soli due anni. In poco tempo Stephen è costretto su una sedia a rotelle e, incapace di muoversi e di parlare, per comunicare col mondo è costretto a servirsi di un computer.

Nessuna cura, nessun miracolo: a salvarlo è l’incontro con Jane. Ecco allora l’esempio vivente di come due opposti si attraggano: lei una studentessa di lettere devota a Dio, lui un uomo di scienza che pratica un tipo di religione per atei intelligenti. Un amore che divampa intenso e brucia le tappe a causa del poco tempo presunto, ma che il tempo stesso – diventato troppo – consumerà, mettendolo a dura prova.
È proprio grazie a lei che il genio di Stephen, imprigionato in un corpo inerte, risorge; e così il professore accoglie nuovamente la vita e prosegue i suoi studi, cercando di elaborare una formula che dia un senso complessivo a tutte le forze dell’universo: la teoria del tutto, appunto.
Nonostante i grandissimi contributi offerti alla scienza, tale ricerca rappresenta ancora oggi un punto irrisolto nella carriera dell’ormai settantaduenne Stephen Hawking che, come per ogni aspetto della sua esistenza, non demorde.
Parziale sconfitta – sembrerebbe – eppure una straordinaria vittoria è stata conseguita, che è proprio il punto focale dell’attento lavoro registico di James Marsh: Hawking ha scoperto l’equazione perfetta per contrastare la morte, ha trovato quel “tutto” nell’affetto degli amici, nel vedere i figli nascere e crescere, nei riconoscimenti ricevuti per il lavoro svolto.

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È doveroso notare come il regista affronti il tema: essendo il soggetto una biografia, James Marsh ha avuto poco spazio d’azione e l’autorialità ne risente parecchio. Si limita a raccontare i fatti come sono, giocando su una fotografia – un po’ forzata, forse, ma di sicuro di grande impatto – che sottolinea l’importanza del Tempo, facendo sua la teoria di Hawking secondo cui sarebbe possibile tornare indietro fino alle origini dell’universo: in chiusura la pellicola stessa mostra a ritroso i momenti salienti della vita dello scienziato, arrivando a inquadrare il viso di Jane, il Principio di Tutto.

Emerge dalla pellicola non solo un brillante scienziato, ma anche e soprattutto un uomo che soffre, le cui emozioni traspaiono dagli occhi, lucidi e presenti, estremamente dolci.
A tal proposito, onore a Eddie Redmayne: commovente e credibile, è straordinario nell’interpretare la decadenza fisica di Hawking, senza mai scivolare nel pietismo. Candidato agli Academy Awards come miglior attore protagonista, non ci stupiremmo nel vederlo stringere la statuetta d’oro.
Anche Felicity Jones – nel ruolo di moglie e madre – è in lizza per la categoria Migliore attrice protagonista. Conoscendo la storia di Hawking, le aspettative nei suoi confronti sono altissime: dovrà convincere con la sua interpretazione di Jane, una donna innamorata e ambiziosa, determinata ad alleviare una malattia che ben presto diventerà anche il suo calvario, logorata dalle privazioni che la vita stessa le ha imposto. Ma non ci riesce, e ciò che emerge è un personaggio piatto, freddo; suscita spesso l’antipatia dello spettatore, in difficoltà nel provare compassione anche davanti alle – poche – lacrime versate. Quest’ultima candidatura, quindi, appare dovuta più al successo della pellicola che all’interpretazione dell’artista.

Tenendo sempre presente l’imprescindibile de gustibus, Oscar o meno, è certo che La teoria del tutto contribuisce ad ampliare ulteriormente l’entusiasmante inizio cinematografico del 2015.

Anna Magistrelli

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