Star Trek Beyond

All’interno di una saga il cambio di regia è sempre molto rischioso: in Star Trek Beyond Justin Lin prende il testimone di J.J. Abrams senza, tuttavia, riuscire a raggiungerne la qualità. Il film presenta infatti una sceneggiatura poco incisiva e una regia degna di nota esclusivamente per quanto riguarda le sequenze d’azione e le scene di volo della celebre Enterprise, merito in gran parte degli effetti speciali. Anche la trama risulta poco originale per via della scelta di seguire le stesse modalità dei due precedenti reboot, ma senza eguagliarne il livello. Le ottime performance degli attori riescono a risollevare leggermente il film, mentre i richiami alla serie originale conquistano i fan di lunga data della saga, così che Star Trek Beyond risulta un piacevole film d’intrattenimento, ma decisamente dimenticabile.

El abrazo de la serpiente

Alternando il racconto tra le esperienze di due esploratori, Theodor Koch-Grunberg (1972-1924) e Richard Evans Schultes (1915-2001), Ciro Guerra si inoltra insieme a loro nella foresta Amazzonica per portare a termine la quête della leggendaria pianta medicinale yakruna. Sotto la guida di Karamakate, un potente sciamano spinto prima dalla speranza di trovare gli altri sopravvissuti della sua tribù e poi dalla necessità di recuperare la memoria perduta, lo spettatore si lascia trasportare sulle lisce acque del Rio delle Amazzoni da una regia mai invadente e che nulla ha a che vedere con i coloratissimi documentari alla National Geographic. Nella pellicola predomina infatti il bianco e nero croccante della fotografia, rispettoso ma avvolgente, che rende ancor più autentica una storia tratta da due esperienze realmente avvenute a inizio e metà ‘900. La caccia alla yakruna non è che il pretesto di Ciro Guerra per omaggiare, con un film violento e dal fascino irresistibile, le popolazioni dell’amazzonia, devastate dalla crudeltà dei signori della gomma e dal fanatismo degenere dei frati cristiani. “Se i bianchi non imparano sarà la nostra fine, la fine di tutto”: El abrazo de la serpiente è un monito a non dimenticare gli orrori perpetuati nei confronti degli uomini sudamericani, ma anche un insegnamento che invita a rispettare la natura e i suoi ritmi, perché, “non rispettandone le proibizioni, la selva, così sfruttata, si esaurirà”.

1001 grammi

1001 Grammi

Commedia drammatica scritta e diretta da Bent Hamer, 1001 Grammi verte sul tema tanto struggente quando caro all’uomo della necessità di ordinare il caos del mondo intorno a sé tramite una misurazione costante di ogni cosa e una smaniosa ricerca di punti di riferimento fissi. Proprio il peso, inteso come unità di misura, è il fulcro della pellicola: la conferenza tenuta a Parigi per discutere sul peso attuale e reale del chilogrammo diventa una vera e propria sfida emotiva per la protagonista Marie (Ane Dahl Torp), costretta a fare i conti con la bilancia della propria vita. L’unica via d’uscita sembra allora quella di imparare ad abbandonarsi a sistemi di misurazione relativi e squisitamente personali: “Ciò che conta non può essere sempre contato e che ciò che può essere contato non necessariamente conta” (Albert Einstein). Nonostante il soggetto sia interessante, la realizzazione filmica risulta spesso lenta e meccanica nella continua alternanza di dialoghi e silenzi e i personaggi hanno scarso spessore psicologico.

The Witch

Ambientato all’epoca della caccia alle streghe, The Witch impressiona con una regia magnetica, un montaggio mai scontato e un intreccio semplice sorretto da soli cinque personaggi, che permette allo spettatore di conoscerne i caratteri in modo immediato. L’accurata ricerca di documenti dell’epoca da parte del regista ha inoltre reso il film impeccabile in ogni dettaglio sia interiore che esteriore. Ma a premiare definitivamente Eggers è stata la volontà di evitare gli stereotipi dei film sulla stregoneria, realizzando così un film originale che affronta da un punto di vista nuovo un periodo storico spesso malamente sfruttato.

Escobar: Paradise Lost

Il Paradiso perduto è quello del protagonista Nick (Josh Hutcherson), un surfista canadese convinto di aver trovato un’oasi di pace nella rigogliosa Colombia e che invece soccomberà progressivamente nella stretta mortale del suo nuovo suocero Pablo Escobar (Benicio del Toro). Un thriller avvincente nell’intreccio e dal ritmo coinvolgente, ma improntato su un’estetica ancora immatura che si rivela di cattivo gusto in alcune scelte di regia. Interessante la scelta di filtrare la narrazione attraverso le vicende del protagonista, che da spettatore esterno e ingenuo diventa sempre più tremendamente consapevole della realtà in cui si è fatto coinvolgere. Questo punto di vista, infatti, permette alla pellicola di enfatizzare l’affascinante bipolarità di Escobar, tanto generoso nei confronti del popolo e premuroso verso la propria famiglia, quanto crudele, spietato e senza scrupoli; ma è davvero un’ottica nuova? 

Il Clan

Il Clan

Come raccontare, a trent’anni dall’arresto dei Puccio, la storia di una delle famiglie argentine più controverse di sempre? Il regista Pablo Trapero dimostra una strabiliante capacità di montaggio, ipnotizzatore e incalzante, e fa dell’ironia dissacrante la vera protagonista: sulle note di Sunny Afternoon (TheKinks) e Just a Gigolo (David Lee Roth) si stagliano sequestri violenti e crimini efferati, mentre lo spettatore, allo stesso modo dei carnefici, vi assiste impassibile poiché condizionato da un’atmosfera leggera, scevra da qualsiasi intento drammatico o patetico. Tale scelta si riflette in Guillermo Francella (Arquímedes Puccio), che regala un’interpretazione notevole: gli occhi vitrei e il suo glaciale distacco catalizzano totalmente l’attenzione della camera, creando un contrasto seducente tra il dinamismo della vita familiare e la fermezza del pater familias.

Ma Loute

“Follia” è l’atteggiamento che guida il film, dalla scelta degli attori, professionisti e non, fino alla trama, pluristratificata e complessa. L’esuberanza del regista ha infatti plasmato una pellicola surreale e spiazzante: Ma Loute riesce a suscitare comicità a partire da situazioni tragiche e, amplificando ad arte le caratteristiche dei protagonisti, raggiunge spesso una dimensione grottesca. Nel corso del film si ritrovano moduli comici ormai diventati cliché ma privi di alcuna rielaborazione in chiave personale da parte del regista; ne sono un esempio i due ispettori Machin  e Malfoy, un calco sbiadito della celebre coppia Stanlio e Ollio, che riesce solo a momenti a divertire il pubblico. A uno stile di recitazione fortemente esasperato si contrappongono le scelte di regia votate alla semplicità e la fotografia, priva di filtri e di grana, nel fallimentare tentativo di ridare alla pellicola quell’equilibrio di cui è stata privata dalla forzata esuberanza degli altri suoi aspetti.

bacalaureat

Un padre, una figlia

Un uomo scava la propria fossa sullo sfondo di una terra brulla e desolata. Così si apre Bacalaureat, pellicola vincitrice per la Miglior regia al 69° Festival di Cannes. Lo stile registico di Cristian Mungiu è minimalista ed estremamente efficace nel ritrarre con sguardo lucido e spietato il proprio Paese, la Romania, che, riprendendo la potente immagine incipitaria, scava la propria fossa fino ad annegare in un mare torbido e criminale. La metafora resta valida per il protagonista Romeo, un medico della classe medio borghese che, preparandosi alla sua tragica fine, compromette la propria morale integerrima per salvaguardare il futuro della figlia, strenua rappresentante della nuova generazione di giovani rampanti in cui risiede la speranza della nazione. Lo statismo della macchina da presa risponde allo statismo di un’intera generazione, quella post-dittatoriale, che non ha saputo fare la differenza; ed è questa la cifra primaria di una catabasi nel fango all’insegna dell’eterna verità “il fine giustifica i mezzi”. 

L’effetto acquatico

Fingere per poter amare. O forse sarebbe meglio dire “per conquistare”. Infatti è proprio questa la strategia adottata da Samir per conquistare l’algida istruttrice di nuoto Agathe: invaghitosi di questa donna diffidente e fragile, il quarantenne gruista si finge un nuotatore inesperto per avvicinare la stizzosa amata. Questo colpo di fulmine e la bugia annessa innescano la trama de L’effetto acquatico, film postumo della regista islandese Solveign Anspach. Il tema dell’acqua è tanto centrale quanto quello dell’amore: in questo mutevole elemento, creatore e inafferrabile, nasce un sentimento e si sviluppa una trama lenta come il mare in bonaccia, ma mossa da guizzi esplosivi come quelli di un geyser. Tra una piscina di Montreuil e le lande ghiacciate islandesi, la Anspach intreccia due personaggi diversi ma uguali, due gocce d’acqua identiche ma che provengono l’una da un fiume in piena, l’altra da un timido ruscello. Questa commedia romantica, delicata e a tratti umoristica è un ottimo specchio d’acqua in cui osservare le dinamiche delle relazioni umane che, vorticando sul fondale, possono sorprendere con i loro movimenti imprevedibili.

Alessia Arcando, Vittoria Leardini, Giorgia Maestri, Anna Magistrelli, Mattia Migliarino, Andrea Passoni, Benedetta Pini e Caterina Polezzo

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