Voto

7

La sospensione tra la vita e la morte è il fil rouge de La casa sul mare di Robert Guédiguian: quell’attimo di cristallizzazione del tempo che è proprio dei ricordi d’infanzia, che si sprigionano attraverso i luoghi in cui il cuore ha abitato. È in una villa costruita sugli scogli del mare di Marsiglia che vita e morte coesistono, dall’attimo in cui, a inizio film, il padre di famiglia (Fred Ulysses) viene colto da un ictus che lo lascia in uno stato di coma apparente. Con questa premessa i tre figli (Jean-Pierre Darroussin nei panni di Joseph, Ariane Ascaride come Angéle e Gérard Meylan nel ruolo di Armand) torneranno in quella casa e si riuniranno a vent’anni da un altro tragico evento che aveva segnato le loro vite: la morte della figlia di Angéle per annegamento.

Mare che inghiotte, ma anche mare che restituisce. È il mare che si inserisce l’elemento di attualità degli sbarchi clandestini. È dal mare che arrivano due bambini e una bambina (proprio come Joseph, Armand e Angéle), capaci coi gesti e con gli sguardi di comunicare molto di più che con le parole, e di ricucire quegli strappi apparentemente insanabili che avevano allontanato i tre fratelli. L’unico appunto è sulla scelta di sceneggiatura di aggiungere un paio di sotto storie del tutto prive di approfondimento, che non aggiungono nulla alla trama principale e, anzi, causano uno spaesamento nella visione d’insieme.

La fotografia è semplice e delicata, così come le lunghe carrellate che accarezzano la costa provenzale, e non c’è musica ad accompagnare le scene: solo i respiri e i sospiri dei personaggi puntellano le scene drammatiche, insieme al costante scroscio delle onde del mare. Poetico e toccante, La casa sul mare apre uno spiraglio su un microcosmo in cui il tempo sembra essersi fermato e in cui Robert Guédiguian assurge a ruolo di narratore eterodiegetico, lasciando fluire le emozioni dei personaggi in modo del tutto naturale. Sta allo spettatore decidere da quale parte stare.

Caterina Prestifilippo

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