Voto

7

Dopo il disco collaborativo con Courtney Barnett Lotta Sea Lice, Kurt Vile torna da solo con Bottle It In, il suo ottavo album in dieci anni: esponente di un folk rock marcatamente statunitense, Vile mantiene il suo solito stile, ma concede un po’ spazio a una calda psichedelia da summer haze che sembra arrivare direttamente dagli ’70, complice l’estetica rétro del musicista e dell’artwork dell’album.

Tante chitarre di vari tipi abitano Bottle It In, e sono loro le vere protagoniste di questo mondo sonoro in cui corrono veloci senza freni (Yeah Bones), pur costituendo l’ossatura portante dei brani. Le ritmiche compatte, diritte e portate da Vile “in blocco unico” scandiscono le dinamiche dell’album senza strafare, regalando giusto qualche chicca come la drum machine di Hysteria – non proprio comune nel genere.

La scelta di inserire brani anche lunghi (oltre dieci minuti per la title track Bottle It In e per Skinny Mini) potenzia le atmosfere chill del disco e coccola l’ascoltatore, senza per questo rallentare l’incedere disco, che vede il proprio picco compositivo e dinamico nella prima metà prima di acquietarsi verso la fine. Da rodato scrittore di canzoni quale è, Vile sa bene dove mettere le mani per far funzionare la sua piccola orchestra: i testi semplici ed efficaci esprimono un approccio scanzonato alla vita, diffondendo in ogni brano una certa dose di buonumore, re indiscusso dell’album.

Niente di innovativo: Bottle It In è un’ulteriore conferma del talento di un artista che sta consolidando la propria posizione tra i grandi del rock americano.

Federico Bacci

Potrebbero interessarti: