Nel corso di giugno Ripley’s Film, in collaborazione con Viggo srl, ha fatto nascere il progetto “Omaggio a Jacques Tati”, un’iniziativa che ha riproposto sul grande schermo i quattro capolavori del regista, recentemente restaurati.

L’abitudine del comune spettatore cinematografico di oggi è quella di pensare che un film comico sia un prodotto esclusivamente finalizzato alla risata e a illudere chi guarda, senza lasciare spazio alla riflessione su ciò che il mezzo cinematografico è in grado di professare. Il regista e attore Jacques Tati non solo ha rivoluzionato il cinema comico francese donandogli nuova vita, ma ha anche potenziato il concetto di gag e impresso le sue pellicole di un’opinione controcorrente, premonitrice dell’epoca moderna e consumistica  in cui oggi ci troviamo.

Jacques Tatischeff, in arte Jacques Tati dal 1945, nasce a Le Pecq in Francia all’inizio del XX secolo. Regista, attore, mimo e sceneggiatore, Tati lancia la propria carriera nei music-hall del paese, dove inizia a prendere confidenza con quel mondo della gag e del burlesque che nelle sue pellicole si trasformerà in una vera “coralità comica”. Come regista, Tati iniziò con la realizzazione del cortometraggio La scuola dei portalettere (1946). Fin da questa prima pellicola, Tati sarà sempre il protagonista dei propri film, ma il termine “protagonista” non è adatto per la sua poetica: una delle caratteristiche del suo stile è la costante ricerca di un effetto comico realizzato dalla totalità dei personaggi del film, non solo da quello principale. Tati sosteneva infatti che il grande schermo era come la finestra di casa da cui lo spettatore poteva osservare tutto ciò che accadeva ai personaggi, e per questo l’utilizzo dei campi lunghi diventerà un marchio di fabbrica del suo cinema: l’osservazione del mondo era più importante di qualsiasi copione e alla sceneggiatura scritta prediligeva la sola memoria, che gli permetteva di dover rispettare meno restrizioni e meno regole.

giorno di festa

Nel suo primo lungometraggio (Giorno di festa, 1949) Tati amplia il personaggio del portalettere un po’ maldestro apparso nel cortometraggio precedente, che continua a svolgere il proprio lavoro, nonostante tutti i suoi concittadini si stiano godendo un giorno di festa. Già in questo primo lungometraggio emergono molti tratti caratteristici del cinema di Tati: il ricorso a una comicità non verbale, il ritorno allo slapstick, un sottogenere del film comico nato in Francia con il cinema muto (di cui Charlie Chaplin negli Stati Uniti con il suo Charlot fu un grande esponente), una narrazione priva di un vero e proprio centro drammatico nella quale la gag è più importante della storia nella sua interezza e, soprattutto, la critica alla società che da contadina sta diventando cittadina e moderna, industrializzata e frenetica. Il protagonista François (Jacques Tati), infatti, per imitare il modello americano dei postini sostituirà la propria calma lavorativa con l’agitazione e la velocità, atteggiamento tipico della neonata società moderna. Un altro regista francese, Marcel L’Herbier, paragonò Giorno di festa a Ladri di biciclette (1948) per sottolineare il forte realismo che il cinema di Tati stava proponendo, in analogia con il Neorealismo italiano.

Nei film successivi Le Vacanze di Monsieur Hulot (1953) e il primo a colori Mon Oncle (1958) Tati sceglie la comicità come mezzo con cui offrire poeticamente allo spettatore uno sguardo sorridente ma critico sul mondo in evoluzione. Veicolo della sua analisi è il personaggio di Monsieur Hulot (Jacques Tati), un paladino della libertà che con la sua bizzarria e le sue gag mai scontate fa emergere per contrasto il cambiamento di una società sempre più monotona e alienata: Hulot sembra proprio un marziano sceso sulla terra a scombussolare gli equilibri di un mondo che ha ormai le proprie regole ben prestabilite.

playtime

L’apice di questa analisi comica della società verrà raggiunto con Playtime (1967), la sua pellicola più lunga e più dispendiosa. Nel film Tati ricrea una città vera e propria, caratterizzata da ambienti geometrici, asettici e con una forte predominanza del grigio. Il solito Monsieur Hulot accompagna lo spettatore all’interno della città, apoteosi del consumismo, della frenesia e della monotonia, in cui l’individuo, che ha più una figura di ingranaggio/impiegato che di uomo, non entra quasi più a contatto con gli altri, sottolineando così il distacco che la tecnologia e la modernità hanno provocato tra gli individui. Playtime è un avvertimento per l’uomo a non perdere mai di vista l’ambiente intorno a lui, sollecitandolo a non rimanere prigioniero dell’abbondanza e della routine, che non hanno alcun valore sostanziale, e a non farsi annullare dalla vita moderna. Poiché Playtime doveva dipendere prevalentemente dagli sketch visivi e dagli effetti sonori, Tati decise di girare il film in 70mm, un formato ad alta risoluzione, aumentando i costi di produzione. Ma, nonostante il sacrificio del regista di ipotecare la propria dimora, il film non avrà il successo sperato e lo porterà alla rovina.

La definizione di “autore” per Tati è legittimata dalla forte impronta che è riuscito a dare alle sue pellicole. François Truffaut, regista francese e redattore della famosa rivista “Cahiers du Cinéma”, sosteneva che nel mondo del cinema ci sono registi che sono solo “registi” e registi che sono anche “autori”: solo nel secondo caso, il cineasta riesce a marchiare i propri film con una poetica ben precisa rendendola unica, come se il pensiero del regista stesso venisse trasposto direttamente nel film. E infatti Jacques Tati è entrato di diritto nel secondo gruppo, riuscendo a trasmettere, tramite il suo cinema comico, il proprio modo di essere e di vedere il mondo, contrastando attraverso la gag una modernità che ha ormai preso pieno possesso del mondo.

Mattia Migliarino

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