Dopo l’uscita del loro primo album, Aware, 1977 ha chiesto udienza ai Disco Noir; l’intervista si è svolta presso l’Arci Agorà di Cusano Milanino sotto un fittissimo chiacchiericcio e l’imperante voce di Amy Winehouse (quindi poteva andare decisamente peggio).

La band non era presente al gran completo (mancavano il bassista Alessandro Marini e il batterista Giovanni Torresàn) : i nostri interlocutori sono stati il cantante/chitarrista Matteo Agostino, a.k.a. Teo Blue, e il tastierista e co-chitarrista Alessandro Giudici. Sono le loro trovate (neo-)romantiche a dettare l’ossatura di brani rifiniti come Lexotan, Amore demodè e La domenica.

Una precisazione, prima di procedere con l’intervista: il titolo dell’album (come ormai sanno tutte le riviste immanicate con la scena musicale milanese) non si pronuncia all’inglese, poiché deriva dalla seguente espressione giapponese, 物の哀れ; la si può tradurre in tanti modi, ma forse il più attinente con l’album è “la sensibilità all’evanescenza delle cose del mondo”. E cosa c’è di più evanescente di un’intervista per una webzine? Niente, quindi si proceda con la lettura, prima che sia troppo tardi.

[La sigla ALM sta per Andrea Lohengrin Meroni, l’intervistante; TB per Teo Blue e AG per Alessandro Giudici]

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Matteo Agostino, a.k.a. Teo Blue

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Alessandro Giudici

ALM: Alcune delle recensioni dedicate ad Aware lo definivano un album molto cinematografico. Vi siete impegnati per farvi dire qualcosa del genere?
TB: Questa definizione è saltata fuori per il fatto che certi pezzi contengono citazioni di film dal punto di vista lirico, ma anche spezzoni veri e propri di film; ma a parte queste citazioni è giusto associare quello che facciamo a questo immaginario.
AG: Alcune parti strumentali sono pensate come musica da film. In alcune colonne sonore viene creata un’ansia che viene risolta nel corso del pezzo; questo si può ritrovare anche nelle nostre canzoni.
TB: Il modo in cui è strutturata Amore demodè, con la parte in minore e la parte in maggiore, è un classico delle colonne sonore degli anni Sessanta-Settanta.
ALM: In Amore demodè compare un estratto di dialogo da La donna che visse due volte e un frammento di colonna sonora del vostro amato Bernard Herrmann, mentre in Madonna Narcotica appare uno spezzone di dialogo da…
TB: Mulholland Drive, di Lynch. È un noir, contiene la figura della dark-lady, quindi ci sembrava appropriato in un pezzo che parla proprio di dark-ladies.
ALM: Dark Lady era anche il titolo di uno dei pezzi del vostro EP Vormarz, che era permeato dall’idea di una sensualità/sessualità un po’ perversa (vedi brani come D.O.C.). Quest’idea non c’è più in Aware, che invece è tutto focalizzato sullo spleen. Avete deciso di fare un album a tema?
TB: No, beh, Aware non è un album a tema. Il titolo è nato dopo la scelta della tracklist; siamo ad arrivati ad Aware in modi particolari, poi casualmente è una parola che riporta al concetto di malinconia presente nel disco. Quindi abbiamo avuto anche culo…
ALM: Avete semplificato la vita a molti recensori, che si sono trovati già bella e pronta la chiave per interpretare il disco!
AG: Molti recensori fraintendono il nostro modo di procedere: prima viene la musica, poi i testi, poi il nome del disco.
ALM: Torniamo alla domanda sulla sensualità di Vormarz, che è passata in secondo piano in Aware
TB: Sì, il nostro processo biologico ci ha portato a vivere di più le emozioni che si trovano nei testi e nella musica; la tematica della sessualità rimane per esempio in Madonna Narcotica, che non a caso ho scritto sei, sette anni fa, e anche in Nel suo miele… sono i pezzi più adolescenziali dell’album, e quindi i più legati a quella tematica.
AG: Poi quando saremo dei vecchi arrapati torneremo a parlarne!
ALM: Una domanda che faccio a tutti quelli che scrivono in italiano: considerando che ci vuole una bella responsabilità per usare questa lingua (tra metrica, suono e tutto quanto) soprattutto per chi non fa cantautorato, voi avete un approccio particolare verso l’italiano, una sorta di timore della lingua o…?
TB: Nella nostra musica il testo è importante ma è secondario.
AG: Un po’ come nella tradizione anglosassone.
TB: Dietro i testi c’è comunque un lavoro molto lungo, non canterei mai qualcosa che mi fa cagare, in ogni caso il testo nasce dopo la melodia. Facciamo musica in italiano solo perché siamo italiani, e perché scrivo meglio in italiano che in inglese; non c’è una paura verso la lingua madre.
ALM: Chi è che, secondo voi, ha raggiunto i massimi livelli di musicalità nelle parole in italiano? Molti di coloro che vengono definiti dei poeti hanno trascurato totalmente l’aspetto dell’eufonia, quindi…
TB: Escludendo i cantautori, che sono proprio su un altro pianeta, se parliamo di musica pop nel senso più puro del termine e se non andiamo troppo indietro nel tempo, tutto quello che ha scritto Morgan, sia da solista che coi Bluevertigo, è sicuramente di qualità.
ALM: Parliamo invece del riverbero che impera nell’album: c’è dietro una motivazione “ideologica”?
TB: Una motivazione di gusto, essendo noi amanti di un certo pop inglese… poi in questi ultimi tempi sta anche tornando di moda, se si pensa alla reunion degli Slowdive o all’esplosione che abbiamo avuto in Italia con i Be Forest. Questo si collega al discorso dei testi: consideriamo la voce come uno strumento che deve stare all’altezza degli altri e non sparato in faccia come succede in tutte le canzoni da Top Ten italiana. Insomma quella del riverbero è una scelta molto indie ma non è paracula. Già che ci siamo in tema di sound, ci terrei a citare Simone Sproccati [NdR: il sound engineer del Purania Recording Studio], che ci ha dato una mano della Madonna, nella definizione dei suoni e tutto.
AG: È stato l’uomo in più…
TB: Il quinto Disco Noir!
AG: Ha proprio aggiunto delle parti…
TB: … e poi ha determinato in mood di certi frammenti delle canzoni. Poi noi non siamo un gruppo rock classico, il lavoro che c’è in studio è fondamentale; i nostri pezzi dal vivo non sono completi al 100%.
AG: Se il nostro disco non è tutto riverbero, è anche merito di Sproccati, che ci frenava quando esageravamo.
ALM: La domanda più alla Barbara d’Urso: in Aware ci sono Modellhut e Amore demodè, che hanno dei riff con la capacità di entrare in mente e di restarci. Pensando alla produzione delle band che vi piacciono di più, quali sono i pezzi che durante un live vi fanno dire “Vorrei che questo riff durasse per sempre”?
TB: L’anno scorso siamo stati al live dei National: il ritornello di Mr. November è una di quelle cose che vorresti cantare all’infinito, sbronzo marcio di vino. Mi viene anche in mente il coro di Wake Up degli Arcade Fire.
AG: O Country House dei Blur, quando entrano i fiati… li farei durare per un quarto d’ora.
TB: Minimo!

Andrea Lohengrin Meroni

[Foto di Francesco Meroni]

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