Luca Caiazzo nasce nel 1977 a Napoli. Sin da giovane inizia a frequentare i club locali, dove si esibisce come DJ e rapper. Tra i capostipiti del genere hip hop nel campano, vanta collaborazioni con tutti i suoi più importanti esponenti. Poi, la collaborazione con Ezio Bosso lo porta direttamente alla Rai, dove incontra Roberto Saviano; di lì a poco verrà scelto per curare gran parte della colonna sonora di Gomorra 3, tra cui la sigla finale Nuje Vullim na Speranza.

Il Vangelo secondo Lucariello è un disco che racconta di un percorso tanto fisico, peregrinando tra le strade di Napoli, quanto spirituale. I tuoi testi sono una denuncia alla durezza del sistema napoletano, radicato sul valore religioso. Come spiegheresti questa stridente convivenza di malavita e Dio?
Chi non ha niente da perdere è più vicino a Dio di chi ha tutto. Chi ha fame vive costantemente in pericolo e ha più motivi per pregare di chi vive l’aperitivo più figo della città.

Il tuo nuovo disco trasuda di Napoli, una delle città italiane più fortemente identitarie, soprattutto per il linguaggio. Ma ha tante sfaccettature, molte delle quali sono ben presenti in Gomorra, serie di cui hai composto gran parte della soundtrack per la terza stagione. Ti senti più vicino al nobile “Sangue blu” di Forcella o a una “scignatella” di Scampia?
Ho vissuto sia nell’area nord (Scampia) che al centro di Napoli (Forcella). Onestamente queste divisioni non esistono più. Napoli è unica tra centro e periferia. Io la sento tutta mia.

In musica è riduttivo parlare di etichette di genere. Tu ne sei l’esempio: hip hop alla vecchia maniera ed elementi melodici mescolati alle moderne sonorità trap, che nel tuo caso potremmo definire “partenotrap”. Tutti ingredienti di un unico piatto ben riuscito: la tua musica. Un domani magari ti sentiremo anche cantare in Italiano?
Un domani potrei anche diventare un cantante lirico, ma la vedo difficile; come mi vedo difficilmente a cantare in italiano con l’accento milanese. Io già canto in italiano, il dialetto napoletano, se lo ascolti senza pregiudizi, non è tanto difficile da capire. Farmi cantare in italiano sarebbe come chiedere a 50 Cent di usare un inglese perfetto in stile Oxford. [non proprio, ma ok ndr.]

Nel corso della tua carriera puoi vantare numerose collaborazioni: artisti territorialmente più vicini a te, come Ntò, gli Almamegretta o i Co’ Sang, e altri di più lontana provenienza, come Fabri Fibra, Ezio Bosso o addirittura il giapponese Taketo Gohara; senza scordare i ragazzi del carcere minorile di Airola. Qual è il featuring che più ti ha arricchito a livello esperienziale ma anche emozionale?
Sicuramente Ezio Bosso, perché mi ha fatto capire che la mia voce non era solo rap, solo testo, ma vera musica, che ogni barra era una composizione ritmica melodica.

Nino D’Angelo e la tradizione, Pino Daniele e la sua black music o Liberato e l’innovazione elettronica?
Pino Daniele tutta la vita.

Anna Laura Tiberini

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