Voto

8

La maggior parte di noi – me compresa – quando sente la parola “documentario” cambia espressione, come quando la sera ci si siede a tavola affamati e si scopre che il menù prevede minestrone di verdure. Ma Sebastião Salgado, il grande fotografo brasiliano, e Wim Wenders, l’altrettanto grande regista tedesco, ci hanno regalato 100 min di scoperte. Stasera pizza!

Giusto qualche quadretto della sua vita, mai tedioso, per contestualizzare adeguatamente le fotografie e vedere oltre le “sole” immagini: è proprio la storia personale e individuale, della propria anima unica e irripetibile che si presenta nelle immagini e che suggerisce quasi istintivamente la costruzione dell’inquadratura.

Due culture diverse – brasiliana e tedesca – che si trovano a collaborare e che a loro volta si incontrano con tutte quelle fotografate da Sebastião e filmate da suo figlio Ribeiro. Due mezzi comunicativi diversi ma con molto in comune – cinema e fotografia – che creano giochi di passaggi dal silenzioso bianco e nero delle foto ai movimentati e sonori colori delle riprese, fino a raggiungere affascinanti ribaltamenti di ruolo nel momento in cui gli obiettivi dei due artisti si incontrano guardandosi.
Ci accompagna per questo viaggio nei viaggi la voce narrante fuoricampo in prima persona dello stesso Wim, che tesse un ammirato omaggio a Sebastião, senza esaltazioni né esagerazioni, spontaneo, semplice nella sua grande profondità, lirico ma mai sentimentalistico, meritato e pregno di umiltà.
Ed ecco Sebastião che guarda dritto in camera con gli occhi che brillano, catturandoci definitivamente con le sue parole, poche, le sole necessarie, rifiutando totalmente fronzoli e manierismi.

Sebastião si racconta scattando e scattando racconta, descrive, accusa, denuncia, testimonia, scopre e fa scoprire.
Percorriamo così un itinerario circolare. Parte dalla rigogliosa foresta di Aimorés in cui è nato, attraversa gli orrori della nostra specie assuefatta alla morte che, persa ogni speranza, credenza e rispetto, fa deporre a Sebastião la sua inseparabile macchina fotografica per sfogare un irrefrenabile impulso di pianto e lo trascina nel cuore delle tenebre da cui risalirà malato nell’anima, e infine ci fa tornare là, dove, dopo anni, la foresta è stata completamente distrutta dalla siccità. Il ciclo si può chiudere solo adesso che Sebastião è tornato insieme all’amata Lelia e ai due milioni di nuovi alberi. 
Rinascerà la Foresta Pluviale Atlantica. Rinascerà Sebastião, che potrà guardare con un rinnovato punto di vista a quello stesso mondo di cui aveva fotografato gli orrori. Questa volta il progetto – Genesis – sarà una lettera d’amore, un omaggio al pianeta e alla natura di cui tutti noi siamo parte, come lo sono un albero o un sassolino.

Wim e Sebastião lanciano così un ultimo, potentissimo messaggio, letterale e meravigliosamente metaforico: la distruzione della natura può essere fermata. Le terre maltrattate del mondo possono davvero tornare a essere foreste.
E io esco dalla sala soddisfatta e pronta a fare le valigie.

Benedetta Pini

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