Voto

8.5

Taylor Sheridan smette i gradi di sceneggiatore e si appropria della seggiola di regia per chiudere ad arte la sua trilogia della frontiera – si ricordino Sicario e Hell or High Water. Un cacciatore dal passato tormentato, impersonato da un Jeremy Renner in grande spolvero, svolge una difficile indagine a fianco di un agente dell’FBI (Elisabeth Olsen) nella riserva indiana di Wind River. I due percorrono una landa deserta e senza regole, ritrovandosi per necessità a seguire la legge animale piuttosto che i protocolli federali, assolutamente inadeguati in un contesto periferico.

La regia crea un fantastico contrasto tra interminati spazi e interni modesti e claustrofobici, giocando sull’effetto di dissonanza che ne scaturisce. Col passare dei minuti la tensione, ben dosata, guadagna spazio e arriva a conquistare ed elettrizzare persino i frequenti e spettacolari campi lunghi. Tensione che culmina ed esplode nel turning point, impreziosito da un gioco di sovrapposizione temporale semplice e brillante che riporta in scena la notte del delitto che ha scatenato gli eventi, svelando un circo di orrori e sfociando in una conclusione pirotecnica. Ad accompagnare e coronare il crescendo emotivo la colonna sonora a cura di Nick Cave e Warren Ellis.

Il topos della frontiera caro al regista viene sfruttato a dovere e i confini tra bene e male, giusto e sbagliato crollano: a dettare legge è solo e soltanto il più forte. La scrittura, che strizza l’occhio a grandi visitatori del genere come i fratelli Coen e McCarthy, si esalta nei caustici scambi di battute tra bianchi e indios, che alimentano un clima ibrido, sospeso tra noir e western. I personaggi vengono arricchiti dalla mescidazione di genere e dimostrano la loro complessità, così come la testura della pellicola. A dominare in ultima battuta è un senso di sconforto esistenziale che abbatte ogni diversità e diluisce il concetto di colpa: non esiste una giustizia che sia pura.

Ambrogio Arienti

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