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In occasione del quarantesimo compleanno del primo lungometraggio di David Lynch, la cineteca di Bologna ne ha proposto una versione restaurata da Criterion. Un’occasione d’oro per risalire alla fonte dello straordinario e sconvolgente percorso del marionettista di Twin Peaks.

Il canovaccio della pellicola ruota attorno alla figura di Harry Spencer, uno stralunato stenografo in vacanza che, vista l’imprevista gravidanza della fidanzata, Mary, si trova costretto ad accettare un matrimonio riparatore, rassegnandosi a una nuova vita da padre. La trama, apparentemente semplice e lineare, è immersa in una dimensione impossibile e surreale, che prepara il terreno a una serie di avvenimenti tra l’onirico e il grottesco. Lo spettatore viene calato all’interno di un universo rigorosamente in bianco e nero e ne scopre le regole seguendo i passi di Harry (Jack Nance), con la sua iconica capigliatura, intento ad attraversare un freddo e indefinito paesaggio industriale per tornare a casa.

L’atmosfera è cupa e straniante, come se qualcosa non tornasse nella logica del percorso che il protagonista percorre ciondolando, con lo sguardo basso, quasi inanimato. Sullo sfondo si profila uno strato di realtà possibile che causa un’istintiva sensazione di disagio, nonostante lo spettatore senta in parte di riconoscerlo, una sorta di mondo possibile dove il progresso industriale ha trasformato la vita dell’uomo in qualcosa di terribile, immergendolo in un’aria insalubre e repressiva verso ogni sua emozione non fruttuosa.

Buona parte della pellicola è ambientata nello spazio chiuso della camera da letto di Harry, fatta eccezione per gli inserti fantastici che spostano il luogo di narrazione in uno spazio metafisico imprecisato. L’atmosfera, contratta nella esile dimensione narrativa e resa sempre più cupa dall’inconsolabile pianto del figlio mostruoso della coppia, crea un effetto di ansia pressante, acuito dal senso di claustrofobia evocato dall’illuminazione precaria della stanza e dalla presenza di una finestra murata a poco più di un metro di distanza.

Il gracchiante e disturbato rumore che accompagna ogni scena funge da cassa di amplificazione straniante e costringe lo spettatore in uno stato di tensione nevrotica. Questi particolari rendono ogni fuga metafisica e onirica folgorante, un respiro a piani polmoni spesso accompagnato dalla presenza di una donna dal volto deforme che sembra abitare il termosifone posto a fianco del letto nuziale. Si concretizza così una dinamica asfissiante che esplora gli estremi cromatici del bianco e nero, tra l’oppressione oscura della camera da letto e il teatro lucente entro cui si muove la ragazza dal volto deturpato, figura misteriosa e densa di simbologie.

La mente stravolta e infedele di Harry plasma il tessuto della realtà aprendovi una serie di possibili e disparate interpretazioni. Il comportamento del protagonista può essere inteso come conseguenza della vita in un mondo “altro” atroce, dove la sua psiche è stata manomessa e decostruita dall’insopportabile esposizione a una simile realtà, ma suggestiona anche la possibilità che sia lo stesso Harry, complice una profonda nevrosi, a distorcere avvenimenti canonici, che potrebbero rispondere senza problemi alle dinamiche di una normale realtà umana.

Eraserhead potrebbe essere il racconto delle vicende di un ragazzo turbato che vede la sua ordinarietà minata dalla gravidanza indesiderata della più classica tra le fidanzatine americane. In questa ottica la scandalosa natura del bambino appena nato, una sorta di mostro subumano, non sarebbe altro che una proiezione deformata della mente di Harry, che di fronte a sé ha in realtà un essere umano simile in tutto e per tutto a lui. In gioco è l’interpretazione di ogni scena, a cavallo tra l’effetto di una percezione deformata o deformante.

L’approccio interpretativo deve tener conto della misteriosa presenza che apre il film, un uomo solitario e dall’aspetto raccapricciante che abita un pianeta far far away, intento ad azionare delle leve che sembrano mettere in moto la macchina narrativa. I suoi movimenti provocano la caduta di una sorta di feto alieno all’interno di un acquitrino oscuro, mentre in sovrimpressione si delinea il volto di Harry, sconvolto da un’azione che evidentemente non è in grado di vedere, ma forse può sentire (dinamica che ricorda gli sviluppi dell’ultima puntata della terza stagione di Twin Peaks. Impossibile non ricondurre questa sequenza alla nascita dell’orrendo figlio di Harry e Mary, ma una serie di passaggi interpretativi sono preclusi allo spettatore.

Il sistema di personaggi estranei alla dimensione terrestre di Eraserhead surriscalda la successione di causa-effetto, che assume una traiettoria accidentata, costruendo così un immaginario surreale e intessendo una intricata ragnatela di significati e simbologie. L’uomo che abita un mondo lontano, la donna dal volto deforme, i corpuscoli alieni che infestano e terrorizzano Harry, il bimbo alieno e orrendo: si tratta di un sistema complesso, che lo stesso Lynch dichiara di non aver ricondotto inizialmente a una visione d’insieme.

Ordinare i tasselli è un’operazione difficile, alla stregua dell’impossibile, ma non è a questo che deve mirare lo spettatore. La pellicola prende forza e si pasce delle paure e ossessioni dell’individuo David Lynch, che si riflettono in quelle universalmente umane: il terrore della paternità, ma anche i mostri e i fantasmi della modernità (possibili presenze aliene e divine, orrore del nucleare).

La neonata estetica di Lynch, effetto di un impasto denso di moduli horror, fantastici e onirici, trova il suo acme espressivo nella scena della cena a casa dei coniugi X, i genitori di Mary, momento in cui Harry è chiamato a presentarsi ufficialmente. Uno dei topoi più cari al mito del sogno americano, la felice famiglia suburbana che vive in una simpatica villetta, viene completamente ribaltato: all’interno della casa dei genitori di Mary ogni gesto quotidiano e positivo assume una piega angosciante, a partire dalla presenza fantasmatica della nonna, che viene mossa dalla madre come un automa, ormai più simulacro che essere umano, fino all’intonazione innaturale dei dialoghi e all’irrazionalità dei movimenti di scena, dettati da una logica straniata, difficile da interpretare.

L’effetto che ne consegue è grottesco e straordinario: l’insistenza su particolari insignificanti (quale sia il lavoro di Harry, per esempio) e la forza di alcune immagini (il pollo che muove le sue zampette cotte al forno e spurga una sostanza oleosa) danno vita a un quadro espressionista dal potere inquietante, capace di sprigionare un alone allucinatorio.

Eraserhead è un cult unico nel suo genere, carico di una forza sperimentale memore delle esperienze surrealiste e avanguardistiche che rischia di far esplodere il filo della narrazione, in equilibrio instabile tra realtà e incubo. Un film che mette a dura prova le percezioni dello spettatore: deve essere in prima istanza sentito, non necessariamente capito e ricondotto a una logica d’insieme. Lynch muove i primi passi e lascia traccia di alcuni stilemi che lo accompagneranno per tutta la carriera: la citata sospensione tra realtà e sogno, la deformazione plastica di moduli classici, un senso di tensione estenuante amplificato dall’effetto della colonna sonora, il rapporto sfumato tra dicibile e indicibile, conosciuto e sconosciuto.

Vengono forgiati i primi strumenti dell’immaginario creativo del cineasta, riconoscibili sotto varie forme per tutta la filmografia successiva. Gli stilemi della visione cinematografica lynchiana sono tanto forti da essere espressi persino attraverso particolari scenografici e simbolici apparentemente secondari, come la pavimentazione della sala d’ingresso dell’edificio dove Harry risiede, pressoché identica a quella della waiting room di Twin Peaks e Fuoco cammina con me.

Il suo film più spirituale, afferma Lynch; sicuramente il più sfrenatamente avanguardistico, incontrollato e potente. Un incubo che oggi, nel 2017, non è ancora finito.

Ambrogio Arienti

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