1. Le premesse 

Non principi azzurri, principesse da salvare e regni incantati. Matt Groening prende l’intero prontuario fantasy e lo smonta pezzo per pezzo: il principe azzurro inciampa, cade e rimane con la testa infilzata nel Trono di Spade, la principessa è un’ubriacona da pub di periferia e Dreamland è una presa in giro dei luoghi comuni un po’ sessisti e stereotipati tipici del genere. Fin dal trailer era chiaro che il taglio sarebbe stato quello sarcastico e ironico che abbiamo tanto amato in Futurama e nei Simpson, ma per la prima volta declinato al femminile e al passato. Premesse che lasciavano ben sperare.

2. Il crollo dei cliché

Per la prima volta, dopo Simpson Futurama, la protagonista di un prodotto pop d’animazione è una donna, ma non ha niente a che vedere con il classico stereotipo femminile casalingo, né con la figura pseudo femminista della “donna con le palle” che non fa altro che reiterare i soliti cliché. La protagonista Bean è una ragazza come tutte le altre, a cui non manca nessuno dei difetti di chi ha vent’anni e non ha la più pallida idea di che cosa fare della propria vita. Ovviamente niente fatine o spiriti del bosco al suo fianco. Ad aiutare la principessa ci sono un elfo imbranato e un demone insofferente verso l’umanità. Insieme formano un trio che funziona, che diverte, che lancia frecciatine sarcastiche: impossibile non affezionarsi. Più deboli gli altri personaggi, come il mago ricalcato su Farnsworth (Futurama) e il re alla Homer (Simpson), ma le gag incentrate sui loro vizi e comportamenti strambi riescono sempre a strappare una risata.

3. Di sketch in sketch 

Il punto forte della serie sono gli sketch, le situazioni circoscritte, le battute legate al momento. Il problema della serie è che manca un’armonia tra questi momenti e lo sviluppo orizzontale della narrazione, che procede a rilento, abbandonandosi a banalità e ripetizioni. Na guadagna la coerenza interna, che rimane fedele alla scelta dell’ambientazione fantasy, ma va a discapito del ritmo narrativo e, di conseguenza, dell’attenzione e dell’entusiasmo dello spettatore.

4. Rifugiarsi nel passato 

Tra scelte sbagliate, situazioni nonsense e dialoghi taglienti, tutto il sarcasmo di Groening si sfoga in un medioevo di guerra, malattie e odio che lascia intravedere i riflessi della situazione politica e sociale attuale. Se i Simpson guardavano a tutto il grottesco insito nel nostro presente e Futurama a un futuro in cui le brutture del nostro mondo venivano esasperate con una brillante verve satiricaDisincanto si inserisce nella tendenza attualissima di parlare di oggi calandosi nello ieri. Forse a fronte di una situazione politica e sociale difficile da sbrogliare, molti autori scelgono la sicurezza di un’ambientazione declinata al passato, schivando così l’impegno di una satira più diretta: la scelta di un’ambientazione lontana dal presente rende obbligatori i riferimenti indiretti, gli ammiccamenti appena accennati e le frecciatine meno taglienti. Una presa di posizione meno estemporanea, ma anche meno forte.

5. Svolta finale

Proprio quando stavamo per perdere le speranze e il torpore iniziava a rendere le puntate difficili da affrontare, Groening ci ha tirato addosso un bel secchio di acqua ghiacciata. Per evitare spoiler ci limitiamo a dire che le ultime tre puntate tirano le fila dell’apparente inconcludenza generale della serie e sfoderano una serie di colpi di scena davvero entusiasmanti. Altro che cliffhanger: un’ora e mezza di rivelazioni che vi faranno correre a vedere la seconda stagione non appena arriverà.

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