Voto

5

C’è qualcosa in Dark Crimes che funziona davvero bene. Lo spazio filmico, gestito sapientemente attraverso inquadrature eleganti e movimenti di macchina fluidi, parla, fino ad assumere un’effettiva funzione narrativa; si pensi al dettaglio del cofano dell’auto del protagonista nel momento in cui esce dal cortile di casa: un’immagine la cui reiterazione sembra suggerire che ogni giorno, alla stessa ora, l’investigatore esca dalla sua abitazione con la stessa calma e la stessa ossessione. Complice la composta e coerente palette del film, che trasmette un sentimento di freddezza inquietante, profondo.

L’ossessione è quella di incastrare un assassino, uno scrittore che ha lasciato traccia del suo delitto soltanto in uno dei suoi libri. Tadek (Jim Carrey), poliziotto declassato da tempo per via d’uno scandalo che non viene chiarito, lotta per far chiarezza su un tremendo delitto archiviato troppo in fretta, che lo porta a far luce sulle vicende passate del circolo sadomaso “The cage”, luogo di autentica perdizione frequentato dal summenzionato scrittore (Marton Csordas)  e persino da alcuni poliziotti d’alto rango. Di mezzo, come da regola, c’è una donna: Kasia (Charlotte Gainsbourg), tossicodipendente ed ex ballerina del circolo. Una storia che scotta, insomma, ma proprio sulla sceneggiatura Dark Crimes vacilla: il film non riesce a orchestrare un ritmo da thriller, incespica e scombina la dimensione temporale. Il soggetto è potenzialmente d’impatto, ma gli eventi si susseguono senza riuscire a creare il ritmo percussivo tipico del genere: non cresce l’ansia, non salgono le palpitazioni, non si ha paura.

Ne esce un prodotto bizzarro, che è allo stesso tempo di valore e mal tarato. In mezzo a un’evidente confusione si perde infatti ciò che poteva davvero consacrare il film, come un interessante stravolgimento del classico rapporto tra bene e male, giustizia e crimine, ma anche la buona prova degli attori. Così, le prove di un Jim Carrey con cipiglio da investigatore e barba bianca e di un Marton Csordas in grande forma vengono sporcate dalla scelta registica di posizionare la macchina da presa troppo lontana o troppo vicina dalle azioni, privandole di verve e significanza.

Ambrogio Arienti

Potrebbero interessarti: