Voto

7

Mentre c’è chi si affanna a dare un nome alle nuove tendenze musicali italiane e a incasellare il sound di questo o quell’artista in fantomatiche categorie indie o ItPop, c’è chi sta dall’altra parte della cortina – quella artistica – e dimostra che si tratta solo di costruzioni mentali. “E poi mi giro verso il microfono e dico quello che penso” canta Cosmo in apertura di Bentornato: un monito ad aspettarsi di tutto.

L’attesissimo nuovo (doppio) disco di Cosmo gioca sul confine tra pop e sperimentazione, divano di casa e dancefloor, lasciando libero l’ascoltatore di trovare la quadra sonora e contenutistica al termine delle quindici tracce. Dopo l’esordio solista con Disordine (2013) e L’ultima Festa (2016), con Cosmotronic l’artista di Ivrea intraprende l’unica strada che avrebbe potuto valorizzare il suo talento: dare risalto tanto alla scrittura quanto alle produzioni.

Due dischi, due anime. Il cantautorato è il punto di partenza del primo, il clubbing del secondo, ma le due realtà si fondono l’una nell’altra. A dimostrazione di ciò Tu non sei tu, chiusura dalle sonorità techno del secondo disco, che nasce da una costola di Animali, contenuta nel primo, ode alla libertà sessuale racchiusa in una produzione dall’ispirazione EDM. Decostruzione è il termine con cui si potrebbe identificare l’idea alla base del disco, e del resto un intento dadaista viene rivelato da Tristan Zarra, ispirata nel titolo a Tristan Tzara, che mescola melodie pop a invettive anarchiche, urla, voci confuse – tra cui quelle di Calcutta e di Francesca Michielin – e a un inquietante monologo sarcasticamente ottimista degno di una realtà distopica alla Black Mirror.

Nel disco trovano spazio diverse tematiche: il rapporto con il mondo attorno (Turbo), la morte e la sofferenza (Tutto Bene), l’inquietudine (Quando ho incontrato te) e l’amore declinato in diverse forme, tutte riconducibili all’attaccamento umano alla voglia di vivere (L’Amore Sei la mia città). La domanda aperta “Perchè ho un nodo in gola?” (Ho Vinto) con cui si chiude il primo disco trova soluzione nel secondo: è il protagonismo delle strumentali a dare la risposta. Vengono accarezzate diverse sfumature della musica elettronica: dagli echi tribali di Ivrea Bangkok, passando per Attraverso lo specchio fino all’evoluzione techno di Barbara, ai quattro quarti ipnotici di La notte farà il resto e al campionamento di Superstart di Claudio Rocchi in 5 antimeridiane.

L’approccio sincero e senza filtri dell’introduzione sembra trovare compimento con la chiusura di Tu non sei tuL’insegnamento finale è quello di prendersi tutti meno sul serio, forse l’unica vera strada per approdare a qualcosa di inedito. Almeno per la musica italiana.

Gaia Ponzoni

Potrebbero interessarti: