Voto

5

Sorte dalle macerie radioattive di Hiroshima e Nagasaki, incarnazione del terrore della guerra nucleare, le “strane bestie” chiamate Kaiju hanno dapprima conquistato il Giappone e poi il mondo. Dal 1954 – anno in cui Godzilla debutta al cinema – a oggi, queste creature hanno attraversato il cinema e la televisione fino a formare un vero e proprio sottogenere, che passa dalla visione metafisica di Neon Genesis Evangelion all’approccio pop e spettacolare di Pacific Rim di Guillermo Del Toro.

A differenza dei suoi predecessori, il regista spagnolo Nacho Vigalondo rivisita il genere con uno stile che fin dalle prime battute assume i toni e i ritmi di una commedia surreale, giocando con vicende e dialoghi bizzarri. Tuttavia, una trama a tratti esile e dei personaggi che sembrano non riuscire mai a trovare una loro identità – come l’irritante protagonista (Anne Hathaway) – vanno a discapito della regia, a sua volta anonima. Il risultato è un film incapace di dare una direzione al proprio soggetto, di andare oltre un paio di parallelismi tra la vita disastrosa della protagonista e la devastazione causata dal mostro gigante, spuntato chissà da dove, che imperversa nel centro di Seoul.

La vicenda sembra farsi più densa nel finale, dove si concentrano e concretizzano gli spunti narrativi, rivelando l’essenza di tutta la storia. La metafora appare allora calzante e il film sembra ritrovare una sua dignità.

Francesco Cirica

Potrebbero interessarti: