Voto

5

La chitarra gode i vantaggi di una cittadinanza privilegiata in Let It Reign, l’album firmato Carl Barât & The Jackals. Il primo brano, Glory Days, non lascia dubbi: la Gibson esige l’acclamazione popolare con un riff carnivoro e pretende di scuotere gli animi con i suoi bruschi strappi, mentre la voce del suo schiavo/padrone Carl si sgola in una declamazione che può soltanto illudersi di essere autosufficiente. Victory Gin, traccia #2, tenta di darsi un tono scippando lo stilema più tipico delle canzoni americane degli anni ’30: uno strombettamento magrolino che però cede subito all’invasione irresistibile della chitarra, che lascia sola la voce in pochi, inessenziali momenti.

Qualcosa mi dice che sto facendo troppo il cattivo: niente di inascoltabile si manifesta in questi due pezzi o nelle tracce successive, ma in tutto questo materialismo chitarristico servirebbero melodie più rilevanti. Summer In Trenches, brano che fin dal titolo si preannuncia diretto e bombastico, non ne ha da offrire, purtroppo, e nemmeno A Storm Is Coming, che vuole preservare l’integrità assolutista della sua sezione ritmica. Affari suoi!

Beginning To See rappresenta una redenzione temporanea, che non viene certificata solo da coretti e da archi svenevoli, ma dal fatto che la voce rimanga spesso sola soletta senza doversi affidare al rimorchio della chitarra, e che abbia una dignità indipendente e anche piuttosto gratificante.

Una concisione non troppo scontata è invece la virtù di March Of The Idle, che si avvale di un ritornello gridato – in contraddizione col titolo – tirando pugni per aria. We Want More, presentata da un basso in svendita, è forse la miglior sintesi tra l’impulso di grattugiare la Gibson e di strillare, senza nessun rompiballe che ti dica di piantarla, senza abdicare totalmente all’idea di costruire una melodia degna di questo nome.

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La solita voracità chitarristica e l’integralismo della batteria pregiudicano l’interesse di War Of Roses, a dispetto del suo ritornello così volenteroso e del suo finale gasatissimo: un saggio di energie sprecate. Queste energie sono poi immediatamente riciclate per lo sbrigativo The Gears, che non vuole per nessuna ragione disperdere il proprio carburante punk.

Let It Rain sembra dettata dall’ovvia esigenza di mettere giudizio solo perché si è arrivati agli ultimi tre minuti di album, ma si gioca bene la propria inevitabile saggezza, con una minuta fusione tra chitarra e tastiera che induce l’ascoltatore a domandarsi: perché tu, Carl Barât, co-frontman dei Libertines, vuoi liquidare in tutto e per tutto le qualità decadenti e le citazioni umoristiche che in passato ti sono servite a nobilitare il tuo esasperante pallino per la chitarra?

Al di là delle invocazioni di recensori amareggiati, Barât può fare quello che gli pare coi suoi sciacalli, purché non intenda farsi ascoltare addirittura con due orecchie aperte.

Andrea Lohengrin Meroni

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