Voto

7

Due anni dopo Melaphobia si apre il quarto capitolo firmato Cage the Elephant. Con Tell me I’m pretty, prodotto da Dan Auerbach (chitarrista e voce dei Black Keys) la band sembra tornare sul sound dei suoi esordi e contemporaneamente cambiare rotta rispetto all’ultimo lavoro, con una maturità pronunciata e delle tematiche più introspettive. 

Ogni pezzo di Tell me I’m pretty è ben strutturato e vario. Distorsioni ipnotiche, ritmi inquieti e cori alla Klaxons regnano in Mess Around – la seconda traccia –, che si apre con una chitarra autoritaria e figlia (forse un po’ più educata) di quelle frenetiche e ribelli che aprivano i pezzi dei primi Nirvana e che ne marcano altri di artisti come Pixies e The Kooks. Se Mess Around rimane più fedele agli esordi, Cry baby apre il disco su onde più blues e influenze rock-psichedeliche anni ’60. In Sweet Little Jean e Cold Cold Cold fanno da padroni toni più sommessi: tenui nella prima, giocosi e caldi nella seconda. I suoni si incupiscono leggermente in Trouble, la cui apertura ricorda le sonorità nostalgiche di qualche pezzo degli Eels: la voce del frontman si fa più bassa, i beat da pulsanti ed energici si distendono. Il brano How Are You True, nel cuore dell’album, è quello dalle melodie più pulite; predominano arrangiamenti acustici, modulazioni pacate e una voce definita. Punchin’ Bag è invece la traccia in cui è più percepibile la mano del produttore Dan Auerbach e quindi l’influenza della musica dei Black Keys. 

I testi vogliono scavare nell’interiorità e danno voce ai sentimenti più vivi, cinti nell’abbraccio di un’attitudine giovane che oscilla tra ragionevolezza e ribellione. That’s right e il brano di chiusura Portuguese Knife Figh sono i più energici e indisciplinati del disco, soprattutto per la forza espressiva dei testi. Mentre il punto in cui ragione e sentimento si fanno la guerra è Too Late To Say Goodbye: quando si dovrebbe dire addio, quando ci si dovrebbe allontanare da quel fuoco con cui si ha giocato troppo, ma si finisce per rimanere intrappolati tra quello che sarebbe giusto fare e quello che di fatto si continua a volere. In questo brano, infatti, le parole e la voce di Matt Schultz sembrano voler uscire da una gabbia e liberarsi, accompagnate da melodie ripetitive e martellanti.

Il nuovo disco dei Cage the Elephant fa dunque inversione e si dirige verso sonorità più semplici, canalizzando la potenza evocativa su suoni più curati e testi più intensi. Non è un disco che lascia a bocca aperta, ma riesce a distinguersi nella produzione della band.

Valeria Bruzzi