Voto

8.5

Con BlackKklansman Spike Lee ripercorre la storia vera di Ron Stallworth (John David Washington), il poliziotto nero che si infiltrò nel Ku Klux Klan, usando gli anni Settanta come copertura per parlare della contemporaneità, nascosta sotto acconciature afro e pantaloni a zampa.

Il regista di Atlanta decide di varcare la quarta parete e fa parlare i suoi personaggi direttamente al pubblico, con piani ravvicinati e sguardo in macchina; e lo fa fin dalle prime inquadrature, in cui Alec Baldwin (famoso per la sua feroce imitazione del Presidente Trump) illustra le – purtroppo sempreverdi – teorie razziste alla base del Klan. E questo è solo il primo di una serie di frecciatine al Presidente e alla sua retorica sovranista dell’America first che si nutre degli stessi luoghi comuni di allora. Smontata con sagace ironia da un film che azzecca sempre il tono giusto, l’ideologia del KKK – e di rimando tutte quelle contemporanee affini – viene ridicolizzata, rendendo divertente e leggero un soggetto da cinema civile, ibridato con uno sviluppo poliziesco e un tono da commedia.

Ma BlackKklansman è molto più di una semplice invettiva contro l’amministrazione Trump. Attraverso il luogo comune del poliziotto sotto copertura costretto a fingere di essere qualcun altro, Lee mette in scena un discorso complesso e stratificato sull’identità: il montaggio costruisce continui parallelismi, saltando dal manifesto razzista di Nascita di una nazione (1915) alla Blaxploitation, dagli attivisti del potere nero al clan del potere bianco, mettendo in scena differenze abissali e sorprendenti analogie. Se tutti i personaggi mirano a definire e definirsi, c’è una sostanziale differenza tra chi usa la propria identità per affermarsi all’interno di un contesto sociale e chi la strumentalizza per creare divisioni interne alla società, come non mancano di ricordare le agghiaccianti immagini finali delle marce suprematiste e degli attentati di Charlottesville.

Francesco Cirica

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