Voto

Benvenuto in Germania di Simon Verhoeven è la rappresentazione di tre generazioni in cerca di equilibrio:

5
6,5

Ormai da qualche anno in Europa si respira una pesante aria di tensione: il paradosso che l’UE si appresta ad affrontare è quello di avere tra i propri parlamentari molti esponenti del cosiddetto “movimento anti-europeo”. In un panorama in cui il populismo dilaga, soprattutto nel nostro Paese, la crisi continua a corrodere il ceto medio, la malavita prolifera e la questione dell’immigrazione diventa sempre più urgente, come può l’Europa trovare un equilibrio?

Benvenuto in Germania! affronta questo tema attraverso le vicende di una famiglia tedesca di ceto medio-alto residente fuori Monaco, che improvvisamente decide di ospitare in casa un rifugiato. La pellicola dipinge con lucidità le figure del borghese benestante e del rifugiato, mettendone a fuoco tutte le dinamiche e le contraddizioni. “L’uomo della folla è sempre solo e odia la solitudine” scriveva Edgar Allan Poe, ed è proprio da queste parole che sembrano dispiegarsi tutti i problemi della famiglia Hartmann. Angelika (Senta Berger) è una donna sulla sessantina in pensione, che usa il suo tempo libero per rendere il mondo un posto migliore e si sente incompresa dal marito; Richard (Heiner Lauterbach) è uomo scorbutico e che sta invecchiando, ma si rifiuta di andare in pensione.

La seconda generazione, quella dei loro figli, è invece alle prese con le tipiche problematiche giovanili: Sophie (Palina Rojinski) ha 30anni, è single e sta ancora studiando; Philipp (Florian David Fitz) è il classico uomo in carriera e ha difficoltà a interagire con il figlio. La famiglia Hartmann si configura allora come un microcosmo abitato da tre generazioni separate da muri invalicabili. Ma la drammatica solitudine di questi individui, che non sono in grado di comunicare tra loro, viene improvvisamente sconvolta dall’arrivo di Diallo Makabouri (Eric Kabongo), il profugo.

La figura del profugo, contrapposta ma mai antagonista rispetto alla famiglia, è il veicolo che permette al film di affrontare tutte le tematiche che riguardano il processo dell’immigrazione e dell’integrazione: da quelle più commoventi, come la fuga dai fondamentalisti nigeriani, a quelle più scomode, come il terrorismo in Europa. Non solo: la semplicità di Diallo è una ventata di aria fresca nel forte clima di tensione che si respira in famiglia. Tra una risata e l’altra, la pellicola conforta lo spettatore, e gli dona ciò di cui tutti abbiamo bisogno oggi, in un periodo storico in cui l’ombra dell’ultra-nazionalismo si sta facendo strada tra le paure istigate dal populismo: la speranza.

Filippo Fante

Potrebbero interessarti: