Voto

6.5

A morte l’idealismo. Benvenuti a casa mia parla di diversità, di ipocrisia, ma soprattutto di integrazione, portando lo spettatore a porsi numerose domande sulla possibilità e il significato di quest’ultima. Per riuscire realmente a integrarsi, un popolo è costretto ad annullare la propria cultura in favore di un’altra, o è tutta una questione di compromessi? È verosimilmente possibile trovare un compromesso? Come si può conciliare la cultura istintiva e ancestrale del popolo rom con il relativismo, l’ampio respiro, l’individualismo e la crisi del linguaggio della cultura occidentale corrente?

Il regista Philippe de Chauveron tiene vivo l’interesse del fruitore costringendolo al ruolo di spettatore attivo, con lo sguardo in parte rivolto al film, alle problematiche che solleva e alle soluzioni che propone, e in parte verso se stesso e i propri pregiudizi. Chauveron svela la difficoltà di comunicazione tra due linguaggi culturali differenti, in particolare l’inconciliabilità del pensiero occidentale con i rigidi dogmi della comunità rom, riuscendo a mostrare pregi e difetti di entrambe le culture; non a caso il film si apre con un dibattito televisivo fra intellettuali, superbamente bravi in acrobatici giri di parole e discorsi monumentali, ma poco disposti alla comprensione e alla tolleranza se costretti all’azione. Non mancheranno, però, colpi di scena.

Peccato soltanto per il finale, che stempera la cruda e crescente dialettica mantenuta dal regista e dagli interpreti durante la parte centrale del film, scegliendo di sviare verso una conclusione innocua, che non possa far male a nessuno.

Federica Romanò

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