Voto

6

Da bambini ci insegnano che la vendetta è sempre sbagliata. Ma se a venire offeso fosse qualcuno che ami, quale sarebbe il limite da non oltrepassare? Se la posta in gioco fosse l’onore di tua moglie, non si allenterebbe forse il confine tra giusto e sbagliato? Questo è il tema che indaga Asgar Farhadi in The Salesman, film presentato all’ultima edizione del Festival di Cannes e vincitore di ben due Palme d’oro (Miglior sceneggiatura e Migliore interpretazione maschile a Shahab Hosseini).

La ricerca di Emad (Hosseini) dell’aggressore della moglie Rana (la bella Taraneh Alidoosti) si configura come un pacato ma inquietante intrigo borghese, le cui dinamiche paiono tanto care al cineasta iraniano (Una separazione, 2011 e Il passato, 2013). La scrittura precisa e pulita conduce inesorabilmente verso l’unica conclusione possibile, la morsa letale dell’ossessione non lascia scampo tanto a Emad, intrappolato nel proprio tormento, quanto al matrimonio dei due, irrimediabilmente separati da ottusità e umiliazione.

La narrazione è costantemente interrotta da inserti metacinematografici in cui i due coniugi rappresentano amatorialmente Morte di un commesso viaggiatore (Death of a Salesman, 1949) di Arthur Miller, la cui presenza pare troppo insistita e il rimando analogico alle vicende del testo teatrale arbitrario e forzato. Sebbene Farhadi si riconfermi abile nella costruzione di un perfetto equilibrio tra i personaggi e di persuasive dinamiche intime, l’esito ora appare lievemente inferiore ai risultati raggiunti in passato.

Giorgia Maestri