Voto

8.5

David Mackenzie celebra l’unione tra il western squisitamente tradizionale e la crime story metropolitana, matrimonio che sembra destinato a essere florido. Se i personaggi rimangono strettamente legati al western classico e vengono costruiti proprio alla luce di una fede verso la tradizione senza alcuna pretesa originalità, la trama risulta brillante, attuale e contemporanea. Non mancano i riferimenti al contesto storico del western tradizionale, che vengono incastonati negli ironici scambi di battute tra gli agenti Marcus (Jeff Bridges) e Alberto (Gill Birmingham). I loro dialoghi costruiscono così un omaggio sagace e privo di retorica ai Comanche, i signori della pianura della Comancheria (gli odierni Oklahoma, Texas, Nuovo Messico e Colorado).

La contemporaneità domina la sceneggiatura, curata da Tyler Sharidan (Sicario), il quale sostituisce i tradizionali indiani, visti come “nemici della civiltà”, con le banche, avare di ipoteche che riducono al lastrico migliaia di famiglie. I due fratelli protagonisti diventano allora la voce del popolo, soffocata da quella stessa legge che li spinge ad agire sopra le righe, trasformando la loro impresa “nobile” in uno scontro con i mulini a vento che porterà Tanner (Ben Foster) a un esaltato delirio.

L’armonioso equilibrio tra dramma intimo e azione concitata è dato dal ritmo incalzante ma non travolgente della sceneggiatura, scritta sulle orme di Sam Peckinpah, Nic Pizzolatto, Elmore Leonard, Cormac McCarthy e dei fratelli Coen. La scrittura trova il proprio coronamento nella colonna sonora curata da Nick Cave e Warren Ellis, che ne regge il ritmo incalzante senza mai sovrastarla e colora la pellicola con pennellate di struggente riflessione, accostandosi a sua volta con fluidità all’impietosa fotografia di Giles Nuttgens.

Benedetta Pini

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