Voto

8

Qualcuno ha detto che la vita è una malattia mortale per cui non esiste cura. E se avesse avuto ragione? Dopo Ex Machina, Alex Garland torna alla fantascienza d’autore adattando il primo capitolo della “Trilogia dell’Area X” di Jeff VanderMeer. Lo trasporta su schermo senza pretese di fedeltà, come se si trattasse di un sogno ispirato dalla lettura del romanzo.

Annientamento è un viaggio allucinante che mette insieme Apocalypse Now e 2001: Odissea nello spazio per accompagnare la biologa Lena (Natalie Portman) mentre si addentra nella misteriosa Area X, di cui nulla si sa, se non che nessuno è mai tornato indietro per svelarne i segreti. La regia chirurgica di Garland, spoglia di orpelli e virtuosismi, lavora scardinando le regole tradizionali del linguaggio cinematografico, alternando in maniera arbitraria diversi tagli d’inquadratura così da rendere aliene e spiazzanti anche le più semplici scene di dialogo. Lo spettatore si ritrova alla deriva, perdendo a poco a poco coordinate e punti di riferimento, disorientato da una narrativa non lineare, ellittica, che alterna realtà e allucinazione, passato e presente, e lo spinge continuamente a chiedersi cosa stia davvero guardando.

È terribile e meraviglioso perdersi in questa immensità seguendo lo sguardo di una Portman intensa e generosa nel restituire il personaggio in tutte le sue sfumature. Ed è proprio su questi piccoli dettagli, sui particolari sparsi come molliche di pane che il film basa il proprio fascino, lavorando sottotraccia per lasciare chi guarda alle prese con una densità provocante, spingendolo a interrogarsi durante e dopo la visione sulla ricerca di un significato che forse non c’è, o forse è proprio quell’ombra inquietante che sta dietro alle cose, l’oscuro specchio di un’esistenza che –  come le cellule di un cancro – pone da sé le basi della propria distruzione nel disperato tentativo di evitarla.

Francesco Cirica