Nel giugno dell’anno scorso Pat Metheny – uno dei miei chitarristi preferiti – si è esibito in un concerto a Tortona insieme alla sua ultima formazione: un quintetto che vedeva, tra gli altri, al sax tenore Chris Potter. Quest’ultimo si rivelò stupefacente per espressività e tecnica, e ha riconfermato le sue abilità durante la sua recente reinterpretazione di A Love Supreme di John Coltrane sul palco dell’Umbria Jazz Winter – presenti anche il grande sassofonista Joe Lovano, il pianista Lawrence Fields, al contrabbasso Cecil McBee e il batterista Johnathan Blake. Insomma, non si poteva chiedere di meglio per tramandare il discorso musicale di uno dei più grandi musicisti del ‘900.

Proprio in questi giorni si celebra il 50esimo anniversario di A Love Supreme (registrato nel dicembre 1964 e pubblicato nel febbraio 1965 sotto la Impulse Records), considerato da molti critici il capolavoro del musicista di Hamlet.
Modello centrale di molti musicisti jazz successivi, il disco si colloca in una fase di transizione nel cammino di ricerca musicale di Coltrane: tra le sonorità più bebop – come i primi lavori, ma anche alcuni LP di fine anni ‘50-inizio anni ‘60 come My Favourite Things (1960) – e le scoperte free jazz, di cui Coltrane fu un fondamentale pioniere insieme a, tra gli altri, Ornette Coleman, che proprio qualche anno prima sanciva la nascita del movimento con la pubblicazione di, udite udite, Free Jazz (1959). E anche un tocco anche di jazz modale, venuto alla luce grazie all’importante contributo di Coltrane, che partecipò alla sessione di registrazione di Kind of Blue (1959) di Miles Davis, considerato quasi unanimemente dalla critica il primo album modal jazz della storia.

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Che dire di A Love Supreme? È un’esperienza mistica, un ringraziamento dell’artista per l’Amore Supremo, Dio, come recita la poesia-preghiera firmata dallo stesso: “Dear Listener, All praise be to God to whom all praise is due”. L’album è pensato come un’unica suite di circa mezz’ora divisa in quattro tracce (Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm), con un paio di leitmotiv che ricorrono nell’album, ma di difficile distinzione, dato che l’opera è un flusso continuo e quasi mai si sofferma in strutture compositive rigide (l’unica eccezione è forse Resolution). La libertà dell’LP viene affiancata da un’atmosfera profondamente religiosa e riflessiva, che avvolge l’ascoltatore e lo avvicina al messaggio dell’album – grazie anche alle magistrali esecuzioni degli altri membri del gruppo: McCoy Tyner al pianoforte, Jimmy Garrison al contrabbasso e Elvin Jones alle pelli.
Fin dall’inizio, infatti, si avverte un clima profondamente meditativo, con il colpo di gong che apre le danze in Acknowledgement: Jones tiene un groove latino, Garrison calca le sillabe del titolo dell’album con un ostinato che si rompe al momento del magico solo di Coltrane, mentre Tyner esegue degli accordi in armonia modale che fungono da accogliente benvenuto. Ma ciò che già a un primo ascolto si imprime nella memoria dell’ascoltatore è la sequenza di quattro note apparentemente casuali eseguita da Coltrane per 37 volte, così come la sua evocativa voce che ripete per 19 volte le tre parole chiave a-love-supreme: come un mantra, profondamente salmodiante, segno evidente dell’attenzione del sassofonista verso la musica orientale.
Garrison apre Resolution, che porta in territori più familiari per gli abitudinari di musica jazz: un classico 44 molto swing. Qui Coltrane e Tyner si alternano in soli appassionati, separati da un tanto pensieroso quanto meraviglioso tema.
Arriva poi Pursuance. È il momento di Elvis Jones, che con il suo appassionante assolo apre il brano. Subentra poi il resto della band. Ma nel complesso il pezzo è dominato da Coltrane e soprattutto Tyner, che si lancia nel solo più vertiginoso dell’album per velocità e chiarezza di esecuzione.
Psalm conferisce all’opera una chiusura estremamente malinconica, interamente fondata sull’emozione e sull’intesa dei musicisti, quasi del tutto priva di tema e metrica, ma densa di significato. Infatti si racconta che, durante la sessione di registrazione del brano, Coltrane chiese al gruppo di suonare leggendo la poesia in copertina – già precedentemente citata – che solo a questo punto si capisce essere il messaggio dell’album, espresso in musica. Coltrane chiude infine il suo grande disegno musicale regalandoci un ultimo magnifico assolo, accompagnato da accenni melodici di Tyner e Garrison e dai tamburi confusamente sognanti di Jones.
È nella dedica all’ascoltatore contenuta nella copertina che Coltrane racconta di un suo “risveglio” avvenuto nel ’57, in seguito al quale condusse una vita più ricca e produttiva. Ne rende grazie a Dio, e proprio questa sua purificazione sembra essere stata tradotta artisticamente nell’opera. Traspare forse dalla sua libertà formale, o dalla scelta di particolari tecniche strumentali, oppure dal senso di elevazione che regala a chi ha mezz’ora di tempo da dedicare al proprio benessere. Ma forse, e più semplicemente, perchè è una meraviglia.

Luca Paterlini

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