34 anni fa la Francia, e con lei il mondo intero, perse uno dei registi più talentuosi del ventesimo secolo. Ambasciatore di un cinema popolare di qualità, fondatore della nouvelle vague, François Truffaut è morto il 21 ottobre 1984, all’età di soli 52 anni, a causa di un tumore al cervello. Regalò alla storia del cinema 21 film indelebili.

Nato nel 1932, Truffaut interruppe gli studi all’età di 14 anni. Tra lavoretti e impieghi saltuari diresse per qualche anno un cine-club, finché non incontrò il critico André Bazin, che lo coinvolse come giornalista per i “Cahiers du Cinéma”. Truffaut denunciava i grandi registi francesi del momento, rendeva omaggio agli autori americani, in particolare quelli di serie B, e aveva una profonda passione per Alfred Hitchcock, al quale dedicherà il celebre libro Il cinema secondo Hitchcock (1966).

Dopo essersi cimentato in svariati cortometraggi, nel 1959 realizzò I 400 colpi, e fu un trionfo. Il film ottenne il premio per la Miglior regia al Festival di Cannes e diede il via al “ciclo Antoine Doinel”, dal nome del suo giovane eroe interpretato da Jean-Pierre Léaud, che proseguì con Antoine e Colette (episodio de L’amore a vent’anni, 1962), Baci rubati (1968), Non drammatizziamo è solo questione di corna (1970) e L’amore fugge (1979). Cinque film in cui Léaud ha la stessa età di Antoine: insieme crescono, maturano invecchiano; tanto che Léaud sembra essere l’alter ego del regista.

Durante i vent’anni che separarono il primo dall’ultimo film del “ciclo Antoine Doinel”, Truffaut si affermò come il cineasta preferito dal pubblico francese, soprattutto per la tenerezza che stava alla base della sua sensibilità cinematografica e per la sua meravigliosa visione dei bambini (Gli anni in tasca, 1976) e delle donne (L’uomo che amava le donne, 1977), le cui gambe erano per lui come “compassi che danno al globo il suo equilibrio e la sua armonia”. Insieme ai suoi amici e colleghi dell’epoca, come Jean-Luc Godard, Eric Rohmer e Claude Chabrol, Truffaut fu al centro della nouvelle vague, la corrente cinematografica francese a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 che rivoluzionò la settima arte sin dalle fondamenta.

Si può parlare di due correnti distinte, a tratti addirittura divergenti, che scandirono il lavoro di Truffaut. Da un lato, il cineasta continuò la grande tradizione umanistica di Jean Renoir con film come Jules e Jim (1961), considerato uno dei capolavori del cinema francese degli anni ’60, nonché simbolo per un’intera generazione di una “connessione triangolare” determinata da Catherine (Jeanne Moreau). Nello stesso periodo rientrano Il ragazzo selvaggio (1969), in Truffaut interpretava la figura storica del Dr. Jean Itard, un medico deciso a stabilire a tutti i costi un’intesa con un bambino cresciuto allo stato brado; ed Effetto notte (1973), il commovente tributo di Truffaut al cinema come arte comunitaria, che gli valse l’Oscar come il Miglior film straniero. In tutti questi film emerge la straordinaria versatilità del regista, la sua capacità di comprendere i diversi soggetti e di trasporli sul grande schermo attraverso immagini sempre sorprendenti.

Dall’altro lato, Truffaut propose una serie di film sulla fatalità, girati con un cinismo non dissimile da quello di Hitchcock, con il quale condivise il fascino per il lato oscuro e irrazionale dell’animo umano. Un film come La sposa in nero (1967) fu un esplicito omaggio a Hitchcock, se non altro perché la musica venne composta da Bernard Herrmann, storico collaboratore del regista americano.

Nel 1976, Truffaut accettò l’invito di Steven Spielberg a partecipare come attore in Incontri ravvicinati del terzo tipo, interpretando uno scienziato in cerca di comunicazione con gli alieni. Un ruolo simbolico: sempre alla ricerca di incontri e comunicazioni con “i terrestri”, anche quando si affermerà come regista, Truffaut non smetterà mai la sua attività di critico, studioso, teorico e commentatore del cinema. Due anni dopo interpretò il protagonista del suo film La camera verde (1978), un personaggio che divenne altrettanto simbolico con la battuta “i morti possono continuare a vivere”.

Così ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla sua scomparsa, la sua eredità continua a stimolare la settima arte e influire sulle nuove generazioni di cineasti, dimostrando come il cinema di Truffaut continui a vivere e sia ancora pieno di energia.

Anna Bertoli

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