1. Qualsiasi riferimento è puramente casuale

L’idea di Stefano Accorsi era molto intelligente: fare finalmente – e per primo! – luce su un anno che viene ricordato solo da chi lo ha vissuto, mentre per chi è nato dopo rimane disperso in quella nebulosa – e purtroppo ampia – fetta di storia totalmente ignorata dai programmi della scuola dell’obbligo. Ma rimane comunque un grosso problema. La narrazione manca di coraggio; preferisce concentrarsi sugli aspetti ovviamente riprovevoli di sesso e droghe, senza attaccare di petto ciò che ha davvero cambiato per sempre l’Italia. Non dimentichiamoci, però, che si tratta di una fiction e questi compromessi sono spesso necessari, anzi, la serie decolla con una sceneggiatura brillante proprio in queste parti.

2. 1992 from Ibiza

Tra le varie tamarrate che spuntano qua e là in tutta la serie, la più grande è la sequenza dei titoli di testa. Una musica pseudo-rock, per dare quel tocco di aggressività, accompagna scaglie di vetri, diamanti, cristalli di meth – a voi la scelta – nelle quali compaiono in semi-trasparenza le facce degli attori. Queste scaglie di non-so-cosa si muovono in slowmotion, che, nel dubbio, fa sempre figo, per poi unirsi a mosaico e formare il logo “1992”. L’effetto è come quello che si ottiene scagliando un sasso contro un vetro – gesto molto rebel –, oppure aprendo il bagagliaio della macchina di Walter White (Breaking Bad).

3. Ciack, Si gira!

La regia di Giuseppe Gagliardi è molto buona, davvero piacevole, ma altrettanto molto furba: ammicca forse un po’ troppo alle recenti mode – continui cambi di fuoco, rifiuto della profondità di campo, camera a mano “sbarazzina”.

4. Il Milanese Imbruttito degli anni ’90

Lessico e dialoghi sono forse l’elemento più stereotipato della serie, la vera occasione sprecata. Avrebbero potuto giocarci molto di più, enfatizzare certi tratti linguistici regionali veramente tipici per far emergere una netta differenza tra la parlata romana e quella milanese. Ma soprattutto quest’ultima è caratterizzata da un mero susseguirsi di frasi fatte banalissime, con cui vengono infarciti tutti i dialoghi, accompagnate da una gestualità altrettanto appiattita. Giusto per citarne alcuni: il classico “figa” è come il prezzemolo, “grandissimo”, “l’elettorato è smodato, arrapato, va dove gli tira l’uccello” “sei di nuovo su piazza!” “bocia” “in pole position” “ciao bello”. Beh, almeno ci facciamo due risate.

5. Il curioso caso di Tea Falco

Tutta la critica si è incistata per mesi su una ragazza la cui unica caratteristica è quella di essere un cane a recitare. Inutile difenderla adducendo come deterrente che tutti gli attori sono pessimi – constatazione neanche vera -, non basta a toglierle il titolo di regina delle interpretazioni insopportabili. Neanche affermare che sia adatta per il proprio ruolo la potrebbe salvare: da quando una ragazzina ricca e viziata deve necessariamente essere tutta un “cè boh tipo… hai capito, no?” – NO –, “ma che mi frega a me” “io non so fare niente…” – Eh, appunto – e altre frasi talmente sbiascicate da risultare incomprensibili? L’unico momento di sollievo dalla tortura di doverla vedere e soprattutto sentire in ogni puntata è stato quando stava per schiattare per overdose, ma niente.

Benedetta Pini

Potrebbero interessarti: